Rassegna storica del Risorgimento
DUE SICILIE (REGNO DELLE) ; MOTI 1848
anno
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1926
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pagina
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369
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Sardegna,; una dichiarazione eoa la quale, auspice Mettermeli, sì obbligava Si non introdurre ordinamenti costituzionali nel Regno, avvedutosi che il legittimismo era minato dalla democrazia, se ne servì per l'ingrandimento della sua Casa e del Piemonte e per il bene dell'Italia; onde il desiderio di riforme ch'era in tutti.
Tornando al Ricciardi, dirò che a lui e ai suoi compagni, più che al Ministro Scialoia, che andava in parole per l'ardore delle milizie , sarebbero state meglio rivolte le parole del Re: Siete contenti di aver gittate per la vostra opera il paese nella guerra civile? (1)
Il Massari ne' suoi Casi di Napoli , dice che il contegno che serbarono i deputati nel giorno 15 maggio fu veramente ammirabile: la spada della reazione stava sospesa sul loro capo (2). È vero fino a un certo punto. Coraggio personale, sta bene, ce ne fu molto, e molta magnanimità di propositi; ma molto molto giudizio non ci fu. Aggiunge che i repubblicani esistono solo nella mente di sgherri gallonati (3), che a Napoli c'era qualche repubblicano, non un partito repubblicano >> (ÌJL che la rivoluzione è da attribuirsi agli sgherri dell'antica polizia e agli uomini stipendiati dall'oro austriaco (5). Inesattezze, come si vede, smentite da' fatti. Il Racioppi dice che quella fatale giornata fu opera non del partito liberale, ma della minoranza del partito liberale, quindici o venti piazzaiuoli o clubisti. repubblicaneggianti ed emissari siciliani, a cui si unirono incoscienti i più giovani, i girondini della Camera neonata di Monteoliveto (6).
I demagoghi e gran parte de' liberali del 1848 commisero errori di pensiero, di metodo, di azione; si comportarono come i Carbonari del 1820, i quali fecero al Re richieste così esorbitanti da fornire il pretesto all'invasione austriaca. Vero amico della patria e della libertà, allora, si mostrò il marchese Luigi Dragonetti, che si sforzò, benché invano, di temperare gli eccessi della piazza, resistendo coraggiosamente alle violenze settarie. E forse jl rieox-do delle radicali violenze del 1820 e del 1848, più eheifattaecamento ai Borboni, dovettero alimentare la reazione nel 1860. Si consideri che gli eccessi di quei pochi, ma ope-
(r) GIOVANNI PAGANO, Storia di Ferdinando U dal /8jo al rSo, Napoli, 1853, Tip. Cannavicciuoli 11-139-
(2) fmd di Mt0MìM TUSKII*E MASSARI, Torino, Tip. Ferrerò, 1849, p. 25.
(3) là., p. 164.
(4) IdM p. 109.
(5) Id., p. 93*
? (6) G. RACIOPPI, Storia de popoli detta Lucania e della Basilicata, II-290,