Rassegna storica del Risorgimento

PALLAVICINO TRIVULZIO GIORGIO GUIDO
anno <1926>   pagina <577>
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combattendo la sconfortata incredulità, degli altri. Vedeva assai nero nell'avvenire della nostra Patria in quei giorni anche Gioberti fetta talora ingiusto dalle amarezze sofferte e vaticinava: 9 II Governo Sardo cammina con una celerilà mirabile alla rovina dello Statuto e poi della Monarchia. Ciò che è succeduto a Napoli, in Rama, in Toscana avrà, luogo tosto o tardi iti Piemonte, lo non tengo già i nostri affari pei- assolutamente disperata ma per racconciarli'esporrebbero azioni sa­pienti ed energiche dal canto di che regge...., ora gli uomini da cui si potrebbero sperare tali azioni mancano affatto in.- codesta .provincia, dove regna solo un* incapacità incredibile congiunta ad una sfacciata igno-ratizfo : pi) In realtà le sorti del Piemonte erano affidate ad un in­trepido Re, smanioso d'azione, fedele ut giuramento prestato e dalla folla dei vegetanti un altissimo intelletto si levava a difenderne ed a reggerne i destini.
Perfetta intesa non c'era fra gli emigrati che pur soffrivano e lot­tavano per una stessa causa, l'idea repubblicana li divideva. Il Gioberti che nel '33 aveva mandato là sua calda adesione agl'ideali manifestati dalla Giovane Italia , pur non entrando a farvi parte, era divenuto poi fiero avversario dei mazziniani. Ammaestrato dalla triste esperienza vide chiaramente come, per conquistare il popolo alla causa nazionale fosse necessario, per il momento sacrificare il programma repubblicano alla monarchia costituzionale e diteneva Mazzini come il maggior ne­mico d'Italia, più pericoloso dell'Austria, perchè persisteva a suscitare discordie, mentre soltanto l'unione delle forze nazionali poteva dare sal­vezza e vita, e si doleva col Marchese che alcuni amici, fra cui lo stesso Manin, avessero dato ancora una testimonianza di simpatia al patriota genovese sottoscrivendo una protesta fatta in suo favore. Tuttavia mal­grado queste oscillazioni, anche nell'infelice dittatore stava lentamente compiendosi l'evoluzione che doveva portarlo a riconoscere nella mo-nafe-hia il solo fattore di unificazione utilizzabile allora. Sul pensiero di questi due grandi influì non poc il modesto Pallavicino.* he si ado­però a conquistarne la fiducia nel Re, di cui egli magnificava l'indole schietta, ardita e leale, l'amore all' Italia e ad infondere fede nei destini del Piemonte monarchico come fautore dell' Unità, da contrapporsi con maggior possibilità di successo a quella repubblicana di Mazzini.
Nessun sentimento tradizionale legava il Marchese alla Monarchia, in questa egli vedeva il mezzo per raggiungere lo scopo (2). Nessuno
(t) Memorie del Pallavicino, voi. II, p. 235-255-{.). Memorie, voi. II, p. 364.