Rassegna storica del Risorgimento

1798-1799 ; NAPOLI (REGNO DI)
anno <1926>   pagina <669>
immagine non disponibile

/. rivoluzione napoletana degli anni iJB'ijgg 669
tori romani erano in istato di insurrezione contro di loro, presero pos­sesso di una catena dì quattrocento miglia di estensione, da Napoli alla Toscana, mentre il corpo principale del loro esercito stava per essere sconfitto dagli Alleati in Lombardia. Il Direttorio aveva fino allora cercato di vendere le sue conquiste d'Italia ai loro padroni di prima; ma non appena tale negozio fallì, che un commissario francese si recò a Napoli intimando che tutte le terre appartenenti alla corona o alle corporazioni religiose dovevano essere prontamente vendute, e il denaro doveva essere mandato in Francia . II generale Championet dichiarò che egli aveva già rinunziato ad ogni pretesa di conquista e non avrebbe mai permesso la vendita di qualche porzione di terre pubbliche, salvo che in seguito ad un atto legislativo dei Napoletani stessi e soltanto per loro esclusivo benefizio , e ordinò al commis­sario di lasciare il regno. La repentina perdita di tutta l'Italia che i Francesi subirono fu il risultato di una nuova specie di anarchia. Le fazioni, che avevano cessato di agitare le pubbliche piazze e di distur­bate le municipalità, stanche di massacri, spadroneggiavano segreta­mente ciò non ostante nei palazzi dei governanti. Fra i membri del Direttorio non ve n'era stato uno di mente superiore, ad eccezione di Carnot. Fu lui che per primo organizzò gli eserciti e concepì i piani delle campagne nel periodo della Convenzione Nazionale. Egli non prese parte all'amministrazione interna; Robespierre lo risparmiò, per­chè gli era necessario; e più tardi nel Direttorio egli solo dimostrò serietà nei perseveranti sforzi per stabilire in Francia una Costituzione repubblicana, e, in un ulteriore periodo, nelPopporsi a Bonaparte quando egli si dichiarò imperatore. Ma al tempo del Direttorio i quattro col­leghi di Carnot avevano ciascuno differenti scopi in vista. Uno deside­rava prolungare il termine del suo potere; un altro richiamare il mo­narca; un terzo diventare dittatore; il quarto, che non aveva il corag­gio di tentare ciò che era accompagnato da pericolo, o fosse un ipocrita o un entusiasta, concepì l'idea di stabilire nel mondo la teofilantropia. Quattro di essi s'accordavano in un punto, cioè quello di arricchirsi, mentre Carnot soltanto continuò ad essere ed è ancora possessore d'una fortuna molto modesta.
Essi così si nocquero l'un l'altro tentando di attuare i loro ri­spettivi progetti. Barras dopo l'esperimento, che eseguì insieme con Bo­naparte, di disperdere col cannone la folla armata, da cui Robespierre, era difeso, comprese che i generali degli eserciti avrebbero potuto ser­virgli meglio che i capi delle fazioni popolari. Carnot, al contrario, persistette nel rifiutarsi di ammettere i militari in qualsiasi intervento