Rassegna storica del Risorgimento

1783 ; SICILIA
anno <1930>   pagina <209>
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XVII Congresso Sodale di Napoli jg
1/6, eue non veniva pagato neanche per infero, poiché bisognava esclu-dere l'importo della tassa di quelli ch'erano baroni soltanto di titolo.
Per concludere, il peso dei tributi, die la Sicilia doveva annual­mente allo Stato, gravava quasi tntto sulle spaile di coloro che vive* va-no col lavoro quotidiano: operai, braccianti, contadini e via di­cendo, pei* i quali esistevano privazioni e miserie innumerevoli di fronte a risorse ed a salari piti o meno incerti ed irrisori.
Da chi un grido di protesta contro codesto grovìglio di prepo­tenze e di arbitri, contro cui da un pezzo s'era levata alta la voce in altre parti d'Europa, ove lo Stato, fiscale quanto si voglia, aveva per lo meno, tenuto sempre a egolali?e da sé l'importante questione tributaria? Sf.on dalla borghesia, colta ed illuminata, avanguardia e presidio d'ogni movimento riformatore : questa mancava in Sicilia, o, composta di uomini di legge e di clienti di baroni, era interessata a sostenerne il prestigio e la potenza ; non attraverso uno scatto spon­taneo e violento da parte di coloro che sopportavano pesi così enormi ed ingiusti; Contadini e salariati in genere si consolavano in Sicilia della loro sorte e del perchè intra lu munnu la metà, sunnu ricchi e la mità poviri: e cliisti servimi a chiddi e chiddi fannu campari a chisti , come insegnava un antico adagio popolare* Strano il dirlo: la protesta partì proprio dal governo; tardi, in verità; ma essa fu lanciata con l'ardore ftfun'aninia assetata d'idealità uma­nitaria e anelante, da acceso seguace dell'illuminismo, l'avvento d'una epoca -di radiosa felicità sociale, da parte d'un viceré napole­tano, dal vecchio marchese Caracciolo, trasferito, non senza sua av­versione, dall'ambasciata di Parigi ali viceregnato di Sicilia sullo scorcio del 1781.
La parola del Genovesi, di cui era stato scolaro, e i cenacoli del­l'intrepido riformismo napoletano, frequentati negli anni della gio­vinezza; le dottrine economiche liberiste allora in gran voga, e trent'anni di esperienza diplomatica vissuti a Torino, a Londra e a Parigi ; la mente aperta alla voce del progresso, contro cui vedeva elevarsi, ostacoli formidabili, inveterati privilegi feudali, e la lunga consuetudine con uomini zelanti del bene pubblico: tutto ciò gli era valso un ricco corredo di idee radicalissime sull'amministrazione dello Stato. Nessuno avrebbe sospettato che al Caracciolo, avanti negli anni, sarebbe stata offerta l'occasione di tradurle nella realtà, e di tradurle in particolari circostanze, sotto un clima storico per nulla disposto a secondare i suoi nobili ideali, in mezzo ad uomini, per costume e per tradizione tutt'altro che disposti a seguirlo su