Rassegna storica del Risorgimento

PISACANE CARLO ; REPUBBLICA ROMANA (1849)
anno <1934>   pagina <518>
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Aldo Romano
dell'ultimo soldato. Che, facendo parte di gente armata era cosa evi­dentissima di attendere il nemico riuniti, moniti, difesi da quegli ostacoli che potevano riuscire nel momento, e non già dispersi nelle caserme, correndo il rischio di essere disarmati in dettaglio... (136).
Quest'ultimo disegno di Pisacane, se per un verso ci lascia pensosi della sua attuazione pratica, per un altro verso ci dà la chiara certezza che ormai la sua esperienza rivoluzionaria ha compiuto in lui quel processo della formazione di una co­scienza politica che non in tutti era avvenuta. Noi non com­battiamo per un brano di terra, per un articolo di trattato, per un'offesa alla bandiera scrive Pisacane: noi combattiamo perchè dal nemico ci viene conteso di esistere, perchè dal ne­mico viene conculcata la nostra recisa nazionalità, i nostri diritti, la nostra storia.
Da quesi suoi concetti verrà poi svolta, teorizzata e siste­mata tutta la sua concezione nuova della guerra. Per ora il pro­blema era vivo e urgente, e Pisacane pensava darvi, con la sua proposta, l'unica soluzione pratica. Si vede chiaro che anche per Pisacane il Risorgimento è una questione schiettamente giu­ridica. Il problema morale è posto, sì, in maniera ancora in­genua e primordiale, ma è sempre, come di caratteristico in tutto il Risorgimento, il problema più vivo. Infatti egli scrive :
a ... Se Roma, dopo entrati i Francesi, fosse insorta trucidandoli tatti, avrebbe macchiato il suo onore, o avrebbe acquistata una corona di gloria? Io difendo la porta della mia dimora da un assassino; spos­sato, cesso dalla mia difesa, il brigante entra: sono io obbligato a rispettarlo, o a pugnalarlo appena riacquisto la lena?... .
Accettata d'altra parte l'opinione di tutti i difensori, che di capitolazione non si dovesse in alcun modo parlare, il progetto di Pisacane, dettato dall'amore per la causa, era l'unico in qualche modo attuabile:
Non è merito del vinto serbare la fede egli continua ma segno di debolezza e di viltà; al vincitore spetta far pompa di gene­rosità. Fu macchia al nostro onore il rimanerci spensieratamente nelle
(136) PISACANE, in La Voce della libertà, (eh.).