Rassegna storica del Risorgimento
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1934
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pagina
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644
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644 Libiti e perlodtci
ed assumessero qui fisionomia propria: e caratteristica, in tanto convergere ed accentrarsi di fotti ed idee non era certo facile trovare un filo conduttore* una spiega* zione legittima ed universalmente accettabile. Non è da credere però che l'Avenati, reagendo a quegli eccessi nuovi di cui si parlava in principio a proposito di quelli che amano (considerare il Pasciamo come un avvenimento avulso da tutta la restante storia italiana, finisca col cadere nei diletti vecchi di una storiografia ormai superata: e che cioè, per seguire il lento e graduale sviluppo dei tempi, perda là visione del rapido processo ideale, del progressivo; viluppo storico compiuto in pochi anni dal Fascismo; e che* per starsene troppo nel concreto, finisca poi per astrarre questo stesso concreto dalla realtà effettuale, e dimenticare l'apporto concreto e personale degli uomini, ansa iti primo luogo di un uomo solo, Mussolini.
Non a torto il libro si apre con la citazione di alcune parole di lui, tratte dal discorso dell'Ascensione: Che cosa abbiamo fatto, o fascisti, in questi cinque anni. Abbiamo fatto una cosa enorme, secolare, monumentale. Quale? Abbiamo creato lo Stato unitario italiano .
In effetti e l'Avenati lo mette in luce assai chiaramente la storia italiana non si può arbitrariamente sezionare senza rompere quell'intrinseco nesso storico che internamente lega tutti i momenti di essa, e che del Risorgimento fa la premessa indispensabile del Fascismo, di questo il logico, inevitabile sfocio del tormentoso moto spirituale iniziatosi nel Risorgimento e maturatosi nel clima infuocato della guerra mondiale e del dopoguerra. La Rivoluzione Fascista ha scritto il Duce ha perfezionato con le opere la creazione del Risorgimento : questa essenziale verità trova ampio sviluppo nel libro delTAvenati ove è esposto vivacemente come da tutte le diverse correnti ideali dell'Ottocento e del primo quindicennio del Novecento si giunga al Fascismo, neanche esso creazione definitiva e statica, ma moto in perenne perfezionamento di se stesso, processo unitivo della vita nazionale.
A. R.
GIUSEPPE PREZZOLINE Come gli Americani scoprirono l'Italia (1750*1850); Milano, Treves, in-16, pp. 305, L. 12.
La classe colta italiana, sul finire del Settecento e nei primi decenni del nuovo secolo, non fu insensibile al sorgere e al consolidarsi dell'indipendenza americana. Pochi i contatti diretti; ma non per questo può dirsi superficiale l'in* teresse destato dalla nascita degli Stati Uniti, so è vero che spesso si guardò a quelle vicende con occhio italiano, e non attraverso la pubblicistica francese, anzi a volte in aperto contrasto con la versione che l'ideologia d'oltralpe dava della rivoluzione nordamericana. Di quegli avvenimenti non mancano le testimonianze immediate nei carteggi consolari e diplomatici custoditi nei nostri archivi; ma scarse sono le voci dei viaggiatori, fievole la loro eco. Invece il Prezzoline che ha voluto compiere la ricerca in senso opposto, por tracciare su la scorta delle memorie dei viaggiatori americani un quadro delle impressioni suggerite dall'Italia e dagli italiani nel corso. ' tìn] secolo. (17501850), potè mietere una messe abbon* dante e preziosa. Con misura e con gusto il Prezzolali ha ordinato e disposto il ricco materiale? in luogo d'un elenco arido o semplicemente erudito di citazioni, n'è uscito un volume arioso* dove"' quel tanto di monocorde che C*è (e non può esservi) nelle testimonianze dui viaggiatori, quasi non s'avverte per il variare continuo della prospettiva dinanzi a cui è posto il lettore.
Cose nuove? In senso uiwoluto, no; tuttavia queste pagine offrono un alto interesse storico e psicologico, por ciò h'cHse dicono dell'Italia del tempo, ma soprattutto perchè ci consentono di vedere come il nascente spirito americano reagisce a contatto con il nostro paese. Nessuna meraviglia se incontriamo osserva*