Rassegna storica del Risorgimento
ALFIERI VITTORIO ; FOSCOLO UGO ; ROMANTICISMO
anno
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1934
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pagina
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781
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Gli alfteriani-foscoliani piemontesi, ecc., 781
la pena di riferire, al fine speciale delle nostre indagini, il passo culminante di questo articolo che dovette meritare il consenso ed il plauso dell'esule zacintio, orgoglioso d'un così degno discepolo :
I romantici d'Italia biasimano bensì l'intolleranza dei nostri pedanti* che; intitolandosi classicisti, non vogliono di legittimo in letteratura fuorché ciò che hanno imparato nelle scuole, e chiamano barbari Shakespear (1), Schiller, Goethe e tutti gli scrittori che hanno una. straordinaria impronta d'originalità. I romantici d'Italia insomma pensano come già pensarono l'Alighieri, il Petrarca, il Tasso e l'Ariosto, che dai greci e latini si debbano non copiare eternamente gli stessi quadri, ma bensì imparare a dipingere nuovi quadri colla stessa arditezza di disegno e armonia di colorito. Essi dicono che la letteratura è la più inutile delle arti se non ha per iscopo di scaldare il cuore della nazione in cui viene coltivata, ispirando un vivo entusiasmo non già per la sola musica di un bel verseggiare o periodare, ma ben più per le idee generose, pei sentimenti elevati, per tutte le virtù, che possono nobilitare un popolo agli occhi del mondo e di sé medesimi (p. 154).
Parole d'oro, che fanno onore al Pellico e spiegano le Mie prigioni. Ripensando ad esse vien fatto di ammirare anche non so se la ingenuità o l'indulgenza o la cecità della Censura. Ed esse sono tali che ci dispensano dal continuare in queste spigolature e ci fanno sorgere dall'animo due speranze non so se troppo ardite : l'una che si releghi una buona volta e per sempre nella soffitta destinata a deposito dei più vani e dannosi paradossi quello lanciato anni sono fra troppi e troppo facili consensi, secondo il quale non sarebbe esistito un romanticismo italiano. L'altra speranza è che qualche animoso e intelligente editore pensi a riprodurre in un paio di bei volumetti i 118 numeri del Conciliatore con un corredo di quei frammenti editi e inediti che rappresentano i frutti dell'alta chirurgia esercitata nella clinica inesorabile della Censura austrìaca.
(1) Occorre appena ricordare la lettera già citata del Di Brenie e l'arguta designazione manzoniana dello Shakespeare.