Rassegna storica del Risorgimento

FARDELLA DI TORRE ARSA (FAMIGLIA)
anno <1934>   pagina <1318>
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Francesco De Stefano
gli mandava dal campa e che gli permettevano di seguire le tappe dell'esercito meridionale sino alla vittoria. Ma anche nella sua tenuta diletta, che rivedeva dopo undici anni di esilio e in cui trovava la pace desiderata, gli giungeva l'eco delle lotte tra le fazioni. Gli annessionisti trovavano in ogni fatto occasione per sostenere il loro principio. Ora serviva opportunamente ad essi l'argomento che la marcia garibaldina si arrestava e che l'edi­ficio nazionale rimaneva incompiuto. In un solo punto v'era accordo con gli avversari: sulla necessità che il voto d'annes­sione fosse un atto separato che permettesse alla Sicilia di entrare nella grande famiglia italiana con propria individualità. A questa sensibilità siciliana rispondevano tanto l'istituzione delle due prodittature che ponevano su una base d'eguaglianza le due parti costitutive dell'antico regno quanto l'estensione dei poteri prodittatoriali del Mordini, successore del Depretis, e la convocazione di quell'assemblea, chiesta da parecchi, tra cui anche il Torre Arsa, la quale avrebbe votato l'annessione, stabilito le condizioni di essa ed evitato l'accentramento (573), affine di assicurare da un lato compiutamente l'imita politica dell'Italia, senza che, dall'altro lato, la Sicilia perda il van­taggio di amministrare da sé i suoi locali interessi (574).
La richiesta proveniva da un gruppo di amici del Torre Arsa ma rispondeva alle preoccupazioni dei siciliani anche di parte democratica, ed era accettata dagli stessi non siciliani, che cono­scevano però le condizioni particolari dell'isola, come l'unico espediente possibile innanzi a tanto pericolo di assorbimento torinese senza guarantagia, senza Roma e Venezia . Ma il Cavour non voleva condizioni. Per lui l'annessione era un mezzo per annullare Garibaldi o almeno di rendere meno dan­nosa la sua influenza ; egli voleva andare diritto allo scopo applicando subito le leggi sarde o le nuove fatte dal parlamento per stabilizzare le condizioni del regno. Egli aveva detto al conte Amari che se la Sicilia ce vuol davvero aiuti dal Piemonte faccia, o per dir meglio s'incammini per fare la pronta annessione e
(573) Anche M. Amari, scrivendo al conte A ni uri, il 13 giugno aveva detto: Voglio l'Italia nna ma senza amministrazione accentrata . {Cari, di M. Amari,
n, P. 95).
(574) Lett. de] Roccaforte al Mordini, 3 ottobre 1860. in Rosi, op. eit., p. 213. Per tntto questo v. la etessa opera ove sono indicate anche le fonti del tempo.