Rassegna storica del Risorgimento

FARDELLA DI TORRE ARSA (FAMIGLIA)
anno <1934>   pagina <1364>
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Francesco De Stefano
abbozzare un regime che non era né repubblica, né monarchia? Per (( rinesperienza e per l'omaggio esagerato alle teorie sorte dopo la rivoluzione francese, l'esagerato ossequio all'im­portanza del numero apportò la creazione di una monarchia circondata da istituzioni repubblicane, cioè una forma che è la ce più adatta per apparecchiare la dominazione della scorretta Democrazia . Si voleva la Monarchia, ma temevasi il potere del monarca; e, volendosene difendere con temperamenti, si finì col togliersi anche la possibilità di operare il bene; e ciò vorrei dire conseguenza legittima della sovranità riconosciuta nel Popolo, ed il potere che ne emana ad altri attribuito per delegazione. Avrebbesi dovuto riconoscere e dire che la Sovra­nità è nello stato, è il complesso di tutti gli elementi costituenti la società (698).
Se il motivo centrale del pensiero e dell'opera del Torre Arsa è il problema della libertà, coordinato con quello della nazionalità, un altro coefficiente che caratterizza il movimento siciliano, accrescendone la forza e conferendole dignità di vera rivoluzione, è, come abbiamo visto, quello della italianità di essa* La rivoluzione del '48 non è ripetizione di conati separa­tisti, ma contiene uno spirito nuovo che è quello del sentimento nazionale italiano. Da ciò nasce un altro motivo che nei Ricordi, pur nel loro schematismo, è sottinteso, quando non affiori qua e là; e che nella loro primitiva stesura è esplicitamente trattato. Ponendovi mano quando ancora era viva l'eco della Ultima replica ai Municipali del Gioberti, il Torre Arsa non poteva restare insensibile all'accusa di municipalismo, che già nel Rin­novamento era suonata alta e solenne. Ma, pur sentendosi coin­volto nella condanna d'un indirizzo dì cui si sentiva responsabile, non reagiva con violenza alla violenza e scriveva pacatamente: Nostro precipuo scopo fu l'indipendenza e la libertà de l'isola, e nostra massima di governo la unione col resto de l'Italia menochè nel sacrificio della nostra autonomia . Premurosi di questa, ma altrettanto gelosi e fieri della nazionalità evitammo nei nostri rapporti con l'Inghilterra quanto avesse accennare d'esser noi inchinevoli al suo protettorato (questo è provato dai dispacci). Le dimandammo di tenere alla Sicilia quanto aveale promesso ma lo facemmo sempre con la dignità conveniente ad
(698) TORBE AHSA, Rio., pp. 305, 329.