Rassegna storica del Risorgimento
TOSCANA
anno
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1934
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pagina
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1464
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1464
Giacomo Lumoroso
langhe dì proteste e fosse causa di un eccidio doloroso, quel provvedimento rappresentò una misura delle più sagge. A parte le ragioni diplomatiche che lo consigliavano, esso contribuì infatti a cementare l'unità e assestò il primo colpo allo spìrito municipalista che ancora divideva gl'italiani.
Pure, anche a Firenze, che attraverso il nuovo stato di cose aveva tutto da guadagnare, vi furono dei rabbiosi polemisti che lamentarono come una sciagura il trasporto della capitale. Un opuscolo reazionario stampato alla macchia, di cui si conserva copia alla Biblioteca Nazionale di Firenze dice che il re, entrando nella città dei fiori fu accolto con freddezza che rasentava l'ostilità. Menzogne che fanno sorrìdere e che d'altronde si spiegano facilmente: tutti i partiti moribondi prima d'acquetarsi fanno la voce grossa per illudere il pubblico sulla loro vitalità!
Questo libercolo si fregia di un titolo che apparentemente può trarre in inganno : ce Arrivo in Firenze li 3 febbraio 1865 di Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele II ; ed è tutto un contesto di grossolane ingiurie contro il monarca e contro i cittadini che erano accorsi ad acclamarlo. Tra l'altro, l'anonimo libellista dà per sicuro e imminente il ritorno di Ferdinando IV; predice al re che morrà in esilio come suo padre, e parlando di una festa svoltasi a Palazzo Pitti osserva che a buon numero delle signore intervenute non mancava la patente ossia il foglio che la polizia rilascia alle meretrici.
Non sappiamo peraltro fino a che punto il pretendente approvasse questi mezzi di polemica dei suoi partigiani; stando infatti a chi lo conobbe, egli ebbe sempre tratto e linguaggio da principe e fu di animo non volgare.
Sembra ad ogni modo che anche dopo molti anni Ferdinando non avesse deposto ogni speranza di regnare in Toscana. A Michele di Sangro duca di Casalcalenda che nel 1884 gli aveva inviato in dono un suo volume, egli rispondeva infatti con queste parole che, se pensiamo all'epoca in cui furono scritte, acquistano uno strano sapore anacronistico: a L'Italia nostra non desidera l'unità piemontese; ma bensì la confederazione che permetta nelle autonomie la conservazione delle tradizioni, delle glorie d'ogni singola sua parte; e la unione, senza distruggere quanto i secoli e i bisogni dei popoli hanno adattato al paese, al clima, al carattere delle varie regioni di essa (9).
GIACOMO LUMBROSO
(9) La lettera è riprodotta integralmente sei Marzocco dell'll luglio 1914.