Rassegna storica del Risorgimento

VITTORIO AMEDEO II RE DI SARDEGNA ; SARDEGNA (REGNO DI)
anno <1935>   pagina <28>
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Roberto Palmarocchi
Questa opera di rafforzamento dello stato doveva fatal­mente attirare al nuovo governo l'ostilità del potere ecclesia­stico, agente principale del movimento disgregatore, che aveva approfittato dell'ultima crisi per aumentare a dismisura i suoi privilegi, e aveva sperato e cercava di estenderli ancora, sfrut­tando le difficoltà del momento.
Con un regno nel quale le sedi vescovili erano quasi tutte vacanti, e mentre il vecchio contrasto con Roma impediva di iniziare una cordiale collaborazione, Vittorio Amedeo II dovette affrontare una lunga ed aspra lotta, durante la quale seppe reprimere i tentativi audaci degli ecclesiastici più faziosi e nello stesso tempo tenere a freno lo zelo dei viceré e dei ministri e giudici laici. Qualche autorevole scrittore catto­lico ha sostenuto molto efficacemente la legittimità giuridica delle tesi del clero sardo e della Santa Sede. Una serie di que­stioni di principio che anche allora furono dibattute con gran furore d'inchiostri e che si potrebbero discutere all'infinito, perchè, risalendo indietro nei secoli, l'uno e l'altro punto di vista trovano largo appoggio di documenti ufficiali; e questi poi in molti casi sono anche suscettibili di una doppia inter­pretazione. Ma anche ammesso che orientandosi nel groviglio di diplomi, di prammatiche, di bolle e d'indulti, spesso incerti e contradittorii, si debbano riconoscere fondate le più vaste pretese giurisdizionali della Chiesa, non bisogna dimenticare che le ragioni di stretto diritto devono spesso cedere, nella pratica, alle supreme necessità del pubblico bene. Giurisdizione voleva dire immunità, e l'estensione delle immunità si risol­veva in un ostacolo alla rigenerazione economica del paese, all'attuazione di una più equa giustizia sociale. Il privilegio del fòro aveva preso tali proporzioni, che era divenuto il più forte alimento del banditismo. Di tutto questo del resto si resero conto alcuni alti prelati romani e soprattutto Bene­detto XIII. La chiaroveggenza del pontefice, la moderazione del re, l'abilità del ministro piemontese D'Ormea, portarono a