Rassegna storica del Risorgimento

LEICHT MICHELE
anno <1935>   pagina <61>
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Dal Mercantini al Rosmini attraverso il Prati 61
Breve la durata della stesura, ma tutt'altro che scarsa la cura della elaborazione. Dei tanti scritti poetici del Mer­cantini quel poemetto non soltanto è il maggiore per mole, ma si presenta anche come il più rifinito. 1} Poeti grandis­simi come Dante, il Petrarca, il Leopardi, il Manzoni vi si sentono riecheggiati non indegnamente. Quasi sempre ben martellati i versi, sostenuto e decoroso lo stile poetico, avvi­vato non troppo di rado dal calore e dalla spontaneità della inspirazione. C'è non si può negare qua e là del retorico,
Le ultime strofe furono dal Mercantini aggiunte all'Inno nel dicembre del 1860; e il 1 settembre dell'anno appresso il generale tornava a scrivergli da Caprera:
Caro Mercantini,
Vi mando un pugnale come pegno della campagna del '60, che illustraste col bellissimo vostro Inno.
Vostro sempre G. Garibaldi.
A Genova il Mercantini si era trasferito direttamente da Torino e vi restò fino al 1860, quando tornò nelle sue Marche, annesse al Regno d'Italia, in qualità di segretario particolare del Commissario straordinario Lorenzo Valerio, per passare poco dopo a Bologna a insegnarvi letteratura e storia nell'Accademia di Belle Arti e storia moderna nell'Università. Finalmente nel 1864 ebbe la cattedra di lette­ratura italiana all'Università di Palermo dove mori cinquantunenne il 17 novem­bre 1872.
*) Il poemetto è in sette canti di metro vario. Il I canto in versi sciolti si può considerare come la protasi. Nel II canto a terzine dantesche è presentata Brescia leonessa d'Italia fieramente pronta come sempre alle armi, e comincia a pro-filarvisi la figura di Tito Speri con, di scorcio, quelle della madre e della fidan­zata Nadina. Il III canto in versi sciolti canta l'avanzata degli Austriaci verso Brescia e la furiosa resistenza dei Bresciani, capitanata da Tito Speri. Col IV canto in ottave il poeta ci pone innanzi l'assalto a Brescia, le crudeltà degli Austriaci e la presa della città da cui Tito Speri è costretto a partire. Il V canto ha il metro di una canzone libera o leopardiana in 10 strofe. Vi è cantato l'esilio torinese di Tito Speri. Nel VI canto è narrato il ritorno di Tito a Brescia e la morte di Na­dina. È a versi sciolti, ma vi sono incluse due cantate; l'una per l'eroico Carlo Zima (in ottonari rimanti e distribuiti alternatamente in distici e in quartine accoppiate), l'altra, molto più breve, per Nadina morta (a endecasillabi divisi in coppie, ma a rima alternata). Il VII è il più polimetrico dei canti: una canzone leopardiana­mente libera nella prima parte; quartine accoppiate di ottonari rimanti nella se­conda; ancora strofe da canzone leopardiana nella terza; finalmente dieci sestine di dodecasillabi e cioè il preciso metro del primo coro dell'Adelchi manzoniano nella quarta. In questo settimo canto assistiamo agli estremi momenti di Tito Speri, di Carlo Montanari e di Bartolomeo Grazioli. Mi sembra che negli ultimi tre canti si trovino le pagine più riuscite di questo poemetto sensibilmente diseguale.