Rassegna storica del Risorgimento

1831 ; TOSCANA ; COLLETTA PIETRO
anno <1935>   pagina <459>
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Libri e periodici
e scarso gradimento del lettore (ved. specialmente alle pp. 49-55, 85-87, 101-108, 215227, 276-279, senza contare gli altri moltissimi eparsi per tntto il libro). Ne a wiene quindi che accanto a capitoli di indubbia utilità e di sicura informazione, come per esempio il IV (La città di Lodi nel 1796, pp. 108-144), che è buon con­tributo alla storia locale, abbondano soverchiamente gli ornamenti di dubbio gusto.
Lo stesso si dica per le fonti usate dall'autore, il quale, mentre si è intelligen­temente giovato di un ricco materiale inedito, si è accontentato di una appena suffi­ciente suppellettile bibliografica. Perchè appare a prima vista come la sua conoscenza della letteratura napoleonica sia un pò* troppo scarsa e arretrata. I volumi del Gachot e del Bouvier sono un po' antiquati (a proposito, perchè il primo lo cita ora come se avesse scritto in italiano, p. 71, p. 81 ecc., ed ora come se avesse scritto in francese, p. 101 ?) e, quanto a storie generali della Rivoluzione, poteva ormai trovare qualche cosa di più recente del concitato Michelet nella traduzione di Achille Bizzoni o del venerando Capefigue, tradotto dal Biancardi. Dal Lumbroso e dal Kircheisen avrebbe avuto così ricchi sussidi bibliografici che non ci sarebbe stato più bisogno di rimanere ancora ai libri di trentanni fa, che costituiscono la sostanza della sua preparazione.
Utili anche le notizie biografiche, ma anche qui quanto eccesso di zelo ! Sta bene informare i lettori sul conto di un ignoto Tizio e di un oscuro Sempronio, ma perchè perdere tempo intorno a Francesco I (di Francia, si badi : quello di Leonardo, per intendersi; p. 232) ? E se Teresa Cabarrus non poteva, ne pretendeva, dire viruin non cognosco , perchè farle il postumo affronto di ritenerla ignota ai lettori nelle non opache vesti di Madame Tallien ? E così si dica della maggior parte dei personaggi ricordati nei Cenni biografici dati alle pp. 391-407.
Per concludere, il libro non è cattivo ed è tutt'altro che mutile. Solo si sarebbe desiderata una maggiore stringatezza, un più conciso ed efficace narrare, una minor ricchezza di dettagli, sia pure, ma un più esercitato controllo.
A. M. G.
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AMAZIA BOKDIGA-AMADEI, Moria Carolina d'Austria e il regno delle due Sicilie ; Napoli, S. A. Cooperativa ed. Libraria (1934), pp. 217. L. 12.
Con vivacità e con molto calore e vogliamo sperare che siano state soltanto queste doti di forma a procurarle le lodi del Lazio ! l'A. tenta una riabilitazione di Maria Carolina, la diffamata regina di Napoli . Considerando la nullità di Re Fer­dinando ella scrive, l'ignavia degli uomini di governo, l'ostilità del popolo, che volle sentirla sempre come straniera, Maria Carolina, donna, moglie, madre, regina, ebbe sempre e soltanto un ideale: quello di compiere il proprio dovere, e, in quei tempi, in quell'ambiente, a quel posto, questa sua saldezza di fede fa, in certi momenti, eroismo ! Più in là la regina vien paragonata addirittura a Cornelia l
Le affermazioni, come si vede, sono alquanto discutibili ; né basta : all'enormità della tesi sono congiunti errori e sviste altrettanto enormi (per essere cavaliere non ne segnalo che una eh sì che una donna, certe cose dovrebbe saperle ! : a pro­posito della Sanfelice leggo che il vagito della creatura innocente non valse a sal­varla dalla morte ; non ci fa nessuna creatura e nessun vagito : è cosa notissima che la gravidanza fu simulata). In effetti l'autrice, conosce molto male la lettera­tura sul suo periodo, ignora perfino l'opera famosa del Helfert che, per la sua dimo­strazione avrebbe potuto fornirle non pochi elementi; la reputazione della regina è difesa quindi semplicemente sulla scorta della corrispondenza del Gallo. E l'unicità della fonte, oltre a velare spesso il giudizio della scrittrice, le ha giuocato anche un brutto tiro per la proporzione tra le varie parti del lavoro : allorché nel 1806 il mar­chese del Gallo finisce col passare alla parte francese, e tronca così ogni sua corrispon­denza coi Borboni,... non sa di spezzare il filo anche alla buona signora Bordiga, che
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