Rassegna storica del Risorgimento

TORINO ; MOSTRE
anno <1935>   pagina <866>
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866 Angelo Piccioli
olimpicamente: Ma lei crede proprio che l'Italia non può interpretare il suo decreto come applicabile solo ad una parte del territorio? Ne più, ne meno! E in una successiva conver­sazione che con lui ebbe Nogara, avendogli questi fatto osser­vare che l'attitudine del Montenegro e della Bulgaria ed i pro­positi dell'Austria avrebbero consigliato la Turchia alla pace immediata, Noradoughian rispose: Ma questa è una deduzione sua, deduzione che non è del tutto simile a quella che fanno i Turchi! Questi dichiarano che se deve scoppiare un'altra guerra, tanto vale non fare la pace con l'Italia . Da tali colloqui, e da altri indizi concomitanti, il Nogara trasse la convinzione che nel Governo vi era bensì molto nervosismo e perplessità, ma, la­sciato ch'esso fosse da noi tranquillo in Europa e nell'Egeo, poco esso si sarebbe preoccupato della guerra di Libia, anzi avrebbe preferito lasciare la grave eredità a un altro Gabi­netto. Probabilmente la domanda di un armistizio da Giolitti respinto, come abbiamo visto, in modo categorico mirava proprio a tale scopo.
Altre notizie, provenienti da Carasso, inducevano a rite­nere che il Ministro egli esteri avesse ricevuto da parte del Comitato incoraggiamenti e pressioni a liquidare tutte le questioni coli'Estero nel più breve tempo possibile: aspirando difatti i giovani turchi a riprendere il potere volevano sbaraz­zare il terreno dalla spinosa questione della pace con l'Italia. In uno dei molti colloqui di quei giorni Noradoughian pose a Nogara alcune domande che rivelavano quanto bizantina­mente incerta fosse la sua attitudine. La prima domanda fu: Se la Turchia domandasse i buoni uffici dell' Inghilterra nel conflitto, cosa ne penserebbe l'Italia? . Nogara rispose che il desiderio di intese dirette da parte dell' Italia dimostrava chia­ramente la sua intenzione di sfuggire alla mediazione di una Potenza. E tanto più sollecita e inequivocabile fu la sua rispo­sta, in quanto proprio in quei giorni si sussurrava a Costanti­nopoli che la perfida Albione soffiasse nel nostro affare per