Rassegna storica del Risorgimento

TORINO ; MOSTRE
anno <1935>   pagina <870>
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870 Angelo Piccioli
Dopo tali recise dichiarazioni i nostri condussero la conver­sazione in modo che dal contributo da tutti e tre apportatovi ne uscisse prospettata la soluzione definitiva esaminata con Giolitti a Torino. E cioè che, per facilitare alla Turchia la conclusione di un accordo di pace, il trattato formale dovesse essere preceduto due atti unilaterali: da una parte la Turchia avrebbe dichiarato l'indipendenza o l'autonomia della Libia, e proceduto alla nomina di un rappresentante religioso del Califfo, e dall'altra l'Italia avrebbe riconosciuto tale rappresen­tante in un atto destinato, in via principale, ad assicurare le note garanzie a vantaggio della popolazione indigena. I dele­gati turchi obbiettarono che la nomina di un rappresentante religioso del Califfo (Gran Mutfi o altro) non aveva per essi alcun valore: invero, i Mutfi e le altre autorità religiose essi dissero sono una conseguenza necessaria del culto musul­mano, ed hanno per se stesse la rappresentanza del Califfo; cosi in India, in Bulgaria e dovunque si trovino popolazioni musulmane. Il dichiarare dunque che la Turchia avrebbe no­minato un rappresentante religioso del Califfo, sarebbe stato cosa perfettamente superflua, e sopratutto non rappresentava a loro giudizio quell'espediente formale di cui il Governo turco abbisognava per far accettare al Paese un tratta­mento di pace. Avrebbe potuto piuttosto giovare essi aggiunsero la nomina di un Bey ereditario effettuata dal Sultano. Tale Bey non sarebbe dichiarò testualmente Fahreddin Bey che un uomo di paglia . E aggiunse: Se dopo l'esperienza di un paio di anni, esso vi riuscisse incomodo, nulla vi impedirebbe di destituirlo. Noi proteste­remmo verso di voi e presso le Potenze, le Potenze non ci risponderebbero, e voi neppure; e tutto sarebbe finito . I nostri delegati batterono la solita solfa: essere la nomina e il riconoscimento da parte nostra di un tale rappresen­tante politico del Sultano incompatibile con la nostra legge di sovranità.