Rassegna storica del Risorgimento
1849 ; REPUBBLICA ROMANA (1849)
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1935
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163
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Dopo la caduta della Repubblica Romana 163
Elli mostrava al francese le pareti della stanza, in cui si trovavano a pranzo, ancora dipinte coi tre colori, e gli diceva:
Ecco le sacre insegne infrante dagli abbo mine voli tiranni, i colorì che ricordano una bandiera sospirata dai buoni, maledetta dai tristi. Dio diede una religione, ma non seppe scegliere uomini capaci d'insegnarla; tiranni lordi d'ogni delitto, anime che dalla plebe sortite, s'impinguano con le sostanze altrui. Il nome d'ogni bruto sacerdote, pe' quali è vicina l'ora deu'ester minio, è notato in un particolare registro, unitamente a quelli che gli lambiscono dintorno. Roma non è tranquilla, né lo sarà mai, se non quando avremo messo a brano questi rettili acerrimi nemici del progresso e della religione, ottimi impostori, sapientissimi ladri.
E rivolgendosi con enfasi al suo interlocutore, lo richiedeva della ragione per cui i suoi compatrioti seppero predicare la libertà, mentre correvano altrove a sopprimerla.
H sottotenente Cori annuiva silenziosamente, ma il cadetto Spa-racane soggiungeva, che quando le armi contendevano, e sul campo si decideva la sorte della Repubblica, quei colori lo guardavano con stima, tanto che fra morti e feriti fu creato tenente, ma una mostruosa, tracotante, e misteriosa politica francese venne a carpire ciò che essi, i Francesi, avevano insegnato a fare, e ridonò lui alla schiavitù, al tiranno, a quello stesso che, mal soffrendo il diritto della creatura, con mani grifagne, quanto quelle dell'aquila austriaca, gli aveva levato il grado conferitogli dalla giustizia; ma se l'onore era costretto dalla forza a tacere, nel suo petto albergava un cuore che parlava, e giurava eterna vendetta. Soggiungeva ancora che le insegne rivoluzionarie erano protette dalla colomba candida, mentre su quelle francesi si trovava un gallo, quello istesso che negò Cristo con Pietro. A parte la proprietà linguistica di tutto il discorso, e l'ampollosità dominante, l'ultima battuta, non c'è che dire, è soldatescamente spiritosa, ma questi discorsi, riportati a chi di dovere, furono cagione di sollecito interessamento da parte del ministro delle Armi, e dell'assessore generale di Polizia in altra sede.
Pure nel mese di settembre, verso la fine, veniva segnalata allo stesso assessore generale l'attività del faentino Giuseppe Servolini, il quale trovavasi in Roma, ed abitava in via dei Pianellari n. 20, in casa Grossi. Egli si era già compromesso nelle Romagne durante le vicende politiche del 1831, e da quell'epoca aveva sempre girovagato per l'Italia, comunicando con i più famigerati settari italiani. Nel 1847 aveva fatto un viaggio in Toscana e in Sicilia; era stato a Napoli; si era trovato alle barricate di Pavia, alla rivoluzione di Palermo, e a Napoli il 15 maggio 1848. Inutile dire che durante tutto il tempo della