Rassegna storica del Risorgimento

1848 ; ESERCITO
anno <1935>   pagina <187>
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Libri e periodici 187
numi. Notti infernali, concentrazioni formidabili di fnoco; il nemico è ancora forte e resistente. La sera del 29 alle preoccupazioni subentra la gioia; Diaz ordina alle truppe che già passarono il Piave l'inseguimento del nemico; ma non occorrono neppure piò gli ordini, la sensibilità dell'ora fatidica è in tutti; tosto la battaglia di Vittorio Veneto proclama la grande vittoria per più di tre anni da tutti sognata.
Diaz dà nuovamente prova del suo valore conte patriotta e come politico nelle intricate e talvolta insidiose trattative del periodo dell'armistizio, rivelando la sua larga visione strategica. I movimenti in avanti da lui ordinati non vanno a genio ad Orlando, ma egli tiene duro, e le zone di Landeck, Innsbruck, Sillian vengono occupate.
Armando Diaz, generale d'esercito, poi Maresciallo d'Italia, visse ancora nove fianni dopo il trionfo. Per circa un anno tenne il Comando supremo in zona d'armistizio indi fu ispettore generale dell'Esercito e Presidente della Commissione per le ono­ranze alle salme dei Caduti in guerra, incarico a cui si dedicò con passione. Accettò nel 1922 dal Governo Fascista la carica di Ministro della Guerra, ma nel 1924, fu costretto a dimettersi per l'indebolita salute. Il mattino del 28 febbraio 1928 si seppe a Roma ch'era malato, la sera del 29 spirava. Prima di essere sepolto nella chiesa di S. Maria degli Angeli la sua salma sostò un giorno e una notte accanto al Milite Ignoto. L'impressione e il dolore per la morte del Duca della Vittoria furono grandi; la nazione sentiva che Armando Diaz era stato colui, che, assunto il comando in un'ora triste e perigliosa, aveva condotto l'Esercito risanato di vittoria in vittoria fino al trionfo finale definitivo.
L'A. termina il libro in modo alquanto simbolico, immaginando che i morti della guerra, il Milite Ignoto, salutino l'anima del loro Condottiero. Il merito principale del volumetto è di avere molto chiaramente delineato la figura di Diaz, specialmente nel periodo in cui fu Capo del Comando supremo, ben facendo risaltare dai fatti descritti, dai proclami e soprattutto dall'azione continua e indefessa del grande Capo, com'egli fa realmente l'artefice della vittoria d'Italia.
COSTANZO RINAUDO
ALBERTO LXJMBROSO, Elena di Montenegro regina d'Italia. Firenze, edizione de La Fiamma Fedele , 1935, pag. 174. L. 10. (Quaderni di cultura sabauda, XXII).
Le biografie dei contemporanei sono difficili a scrivere e a pubblicare quanto sono difficili a far sorgere in una piazza i monumenti di grandi uomini ancor vivi e vegeti e la cui celebrità non sarà forse omologata dai posteri. Alberto Lumbroso dettando questo libro intorno a Elena di Montenegro regina d'Italia ha saputo superare abil­mente queste difficoltà, mantenendosi nei limiti di una discrezione sobria e riguardosa, ricorrendo alle più sicure fonti d'informazione stampate, scritte ed orali. Si può dire che il suo libro consti di tre parti distinte, che corrispondono rispettivamente ai tre periodi o meglio altre stati della vita dell'Augusta Signora, cioè di principessa monte-negrina, di principessa di Napoli, di regina d'Italia. Più ampia trattazione, com'è facile immaginare, è data a quest'ultimo periodo, sia perchè è, relativamente, il più lungo, rispetto ai due precedenti, sia perchè è durante questi ultimi trentacinque anni che meglio rifulsero le grandi virtù della donna, come sposa, come madre, come regina. Non per questo si deve credere che siano tratteggiate sommariamente le prime due parti, che anzi il Lumbroso, traendole dai giornali e dai carteggi del tempo, riferisce molte notizie poco sapute su Elena giovinetta, sulla corte di Cettigne, sulla stirpe guer­riera dei Petrovich, sulle graziose e intime scene del fidanzamento col Principe di Napoli, sulla celebrazione del matrimonio a Roma, nella chiesa di Santa Maria degli Angeli, infine sui viaggi compiuti con lo sposo in vari paesi di Europa, fino all'improvvisa ascesa al trono dopo il barbaro regicidio di Monza.