Rassegna storica del Risorgimento

DUE SICILIE (REGNO DELLE)
anno <1935>   pagina <265>
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L'Italia in Eritrea: ieri e oggi 265
e di bontà? Oggi, a distanza di quasi quaranta anni, quando tutte le passioni dovrebbero essere sopite, non è possibile esaminare la questione con pacatezza e con umana compren­sione, accordando cioè valore di relatività a taluni elementi non ancora precisati e non definitivamente chiariti, allonta­nando di proposito tutto ciò che sa, o si presume che sappia, di debolezza, non per diminuire il rispetto dovuto alla verità storica, ma perchè, si è persuasi che nella rievocazione dei fatti è di altissimo valore etico mettere specialmente in rilievo le qualità positive anziché le negative?
E nella campagna del 1895-1896, mentre sono dubbi e im­precisi gli errori dei capi, è chiaro, luminoso, splendente l'eroi­smo del soldato. Questo è bene conoscano e sappiano i nostri giovani, che rappresentano, oggi assai più che nel passato, l'elemento particolarmente sensibile della razza, nel quale suggestioni ed eccitazioni agiscono, decidendo spesso dello orientamento di tutta una vita. Il continuare a dar corpo alle ombre e peso ai sospetti, a scopo di giustificazione o di difesa o di critica, è non solamente inutile, ma sopratutto inoppor­tuno e ingeneroso. A che scopo infatti, insistere nel dare a pretese e non dimostrare influenze di estranei, a dissidi, a riva­lità, a telegrammi di sostituzione, a schizzi inesatti di località, a errori di nome, a incompletezza di preparazione la colpa della
sconfitta di Adua?
Forse che deficienze e impreparazioni, rivalità e dissidi, non si erano verificati egualmente, fatalmente anzi, anche nell'epoca dei precedenti successi?
L'incomprensione per esempio tra governo centrale e comando, tra l'organismo politico e quello miHtare, tesi en­trambi verso il raggiungimento di uno stesso scopo, ma agenti con mezzi e possibilità diverse, e perciò con visioni necessaria­mente distinte, non si verificò forse, e in misura maggiore, nella guerra mondiale 1914-1918 in tutti gli stati, con conse­guenze di gran lunga superiori, quasi a dimostrare che non la