Rassegna storica del Risorgimento
GRIFEO MIGLIACCIO DI FLORIDA LUCIA
anno
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1935
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pagina
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285
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Lettere inedite della Duchessa di Floridìa 285
a poco aumentavano, e, prima che partisse da Venezia, non le mancò qualche amarezza,J) donde un certo malessere, che si acutizzò a Vienna.
La grande città, che aveva vagheggiata come in sogno, non fu propizia né alla salute del suo corpo né a quella dello spirito. Vi giunse il di 8 gennaio, accolta dal Re, che Paveva preceduta d'alcuni giorni, ed ivi quasi subito si ammalò. Il Re mostrò di prenderne cura e, come per distrarla dal pensiero della malattia, le prodigò doni vistosi di gioielli e danaro; ma, poiché egli, per natura, amava di beneficiarsi della vita senza preoccupazioni 2) non poteva dalla malattia di lei trarre motivo di sacrificio per sé; ai suoi godimenti dunque in nulla rinunciò e, mentre la Duchessa era ammalata, andava a caccia, a teatro, alle feste da ballo e persino al ridotto pubblico , dove rimaneva fino alle ore 2 dopo la mezzanotte. La buona Duchessa, indulgentemente, a mo' di conclusione, poteva così definirlo: Insomma sembra un ragazzo, uscito dal collegio, che vuol far tutto e non ne vuol perdere nessuna .
Sempre buona e docile, tutto compie, non esclusi i santi esercizi, per far piacere al suo Re (lettera 15 marzo). In mezzo ad una numerosa compagnia di Napolitani e Siciliani, come Linguaglossa, Naselli, Muratolo, Niscemi, Vasto, Butera, Pignatelli, il Marchese e il Principe Ruffo e lo stesso Principe di Salerno, è riverita ed onorata. Ella però, innanzi tutto, desiderava l'attaccamento affettuoso e sincero del suo Re, e pur troppo quella città piena d'incantesimi molto le aveva tolto di quanto ambiva. I pensieri delle cose a lei più care, come i figli, la Floridiana, le soddisfazioni che appagavano le piccole passioni del suo cuore, come gli ornamenti delle vesti e dei gioielli ed altro, non riuscivano a dissipare la tristezza dal suo animo, già proclive alla mestizia, forse accresciuta dallo stato fisico nel quale la malattia l'aveva lasciata. Cercava dissimulare talvolta e nascondere le sue sofferenze, ma, quando era satura di amarezza, aveva bisogno di sfogo, e a Piddo, anche in forma involuta, svelava la sua anima. Il 24 maggio, fra l'altro, cosi scriveva: Questa mattina sono già sette mesi che siamo partiti da costì. Gli affari di Spagna vanno benissimo; ma noi siamo qui e non si parla di ritorno. Non puoi figurarti quanto io desidero di partire da qui. Tu puoi argomentare forse* dalli regali che io ho ricevuto che sono contenta; ma non è così, questi sono stati fatti per buttare polvere agli occhi, come si suol dire da noi. Non tutto si può scrivere. Solo ti dico che
*) Diario, 23 dicembre.
2) Giudizio di Tommaso d'Espinchal. Cfr. S. Di GIACOMO, Ferdinando IV e il suo ultimo amore, Sandron, p. 36.