Rassegna storica del Risorgimento
UNGHERIA ; LIVORNO ; CUSTOZA
anno
<
1935
>
pagina
<
351
>
Il diario di un granatiere combattente a Custoza, ecc. 351
A Linz c'imbarcammo sopra un vapore, che aveva accodato due altre barche formandone tre percorrendo il fiume Danubio. I vapori che alla notte avevano fatto sosta, al mattino del giorno 3 ripresero il cammino. Questo viaggio, se fosse stato fatto in momenti normali, sarebbe stato assai delizioso, sia per le amene posizioni che s'incontrarono, sia per il clima, come per tutto ciò di cui natura fu prodiga a quei paesi. Ma in questa circostanza però rese alquanto sensibile quella malinconia comune a chi per una sventura è staccato dalla patria sua, contro la volontà propria e nella condizione di prigioniero (benché di guerra) ma pure dolorosa per le tristi conseguenze.
Quel poco di bello e di buono che trasparì alla mattina, cambiossi nel resto del giorno. Una fittissima pioggia ed un freddo di gennaio ci furono indivisibili com-pagni per due giorni. Oltre il freddo e la pioggia si aggiunse (per vieppiù accrescere la triste nostra posizione) la fame, per più di 40 ore si stette senza cibo alcuno, eccetto qualche pezzetto di pan duro. L'averci lasciato per sì lungo tempo digiuni non fa diretta colpa dei nemici, i quali furono costretti a gettare nel Danubio le provvisioni per essere queste divenute fracide; e costretti ad approdare a Vienna ed ivi provvederne delle migliori. È indescrivibile la babilonia che ebbe luogo sui vapori quando si cominciò a cucinare i viveri. Per riguardo a ciò, devo premettere che a Vienna non ci fecero sbarcare, a motivo che molti prigionieri si comportarono male nei giorni precedenti nelle altre località, commettendo furti, atti incivili ed altro, e perciò il comandante del trasporto ci fece rimanere a bordo. Dunque, continuando, la confusione fu al colmo; al principiare della notte, tre fuochi accesi sui tre vapori, la pioggia che spengeva il fuoco, un freddo che gelava, privi di armi, il posto limitato, l'impossibilità di continuare a cucinare i viveri e la fame che tormentava tutti, chiudeva il serale divertimento. Se a forza di urtarci l'un con l'altro, chi per prestare aiuto, chi per riscaldarsi e chi per aumentare le provvigioni, non si cadde qualcuno nel fiume fu un miracolo di Dio.
Finalmente venne l'aurora (come Dio volle) del giorno 4, a rischiarare questa scena di compassione ed in seguito per opera del Comandante che si mise a riordinare le cose, e a togliere gli abusi introdotti per l'oscurità e la confusione, cioè che molti, i più ingordi ed insaziabili, avevano mangiato fino due e tre volte, altri invece più prudenti stavano tuttora a contemplare le nuvole.
Come ci venne detto più addietro, sembrava che il luogo di nostra destinazione fosse Vienna, e perciò s'attendeva ad ogni istante di sbarcare, quando invece i vapori presero il largo continuando il loro viaggio, e noi restavamo sempre ignari del luogo di destinazione. Di questa città non posso dirvi nulla a motivo che ci fu dato vedere soltanto i campanili e i tetti, oggetti che non bastano per dare un'idea di una città e dei costumi. Viaggio facendo passammo da Presburgo, indi a Romorn, città ben fortificata; ove ci fermammo e ci fecero sbarcare sulla spiaggia somministrandoci l'ordinario di riso e carne ed un pane solito, e questo bastò a ristorare le nostre semiesauste forze. Varie cose che s'ebbero a soffrire durante il viaggio, cioè cattivo alloggiamento, ed obbligo di rimanere sui vapori, furono misure che dovettero adottare i nostri nemici, in seguito alla cattiva condotta di molti prigionieri che non si vergognarono d'eBsere il disonore del paese. Indegni italiani, benché prigionieri, si fecero lecito di commettere le più schifose ribalderie; sicché, guerra, fame, sete e freddo, nonché alloggiati due gradi meno delle bestie, furono i nostri indivisibili compagni. Poi ci venne detto esservi altri prigionieri italiani e perciò ci fecero continuare il viaggio. Durante questo, il Danubio bagnava sempre amene colline e vaste pianure in Ungheria.