Rassegna storica del Risorgimento

1848 ; STATO PONTIFICIO ; STATUTI
anno <1935>   pagina <537>
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Lo Statuto Pontificio nel quadro costituzionale del 1848 537
enormi e dell'ostinata opposizione a quanto sapesse di mo­derno e di civile il Farini pone sotto i nostri occhi uno spaccato per così dire sociale della compagine degli Stati pontifici; mentre abbiamo veduto altri scrittori preoccupati assai più di individuare e catalogare frazioni e tendenze politiche, anziché di darci notizia dell'origine o della forma­zione dei vari elementi che a quelle tendenze e a quei partiti si riannodavano.
In realtà alla fine del periodo gregoriano periodo di compressione e di repressione il paese era maturo per un profondo e subitaneo sconvolgimento: si pensi ai fatti di Romagna del 1845. E se dal conclave fosse uscito inco­ronato un candidato di quella che il Gabussi2) chiama a fazione austro-gesuitica , si poteva prevedere prossimo
1) Diamo il testo del passo del Farini per quanto si riferisce al quadro sociale e politico degli Stati romani: L'alta nobiltà romana, duchi e principi, reverente al papato siccome ad istituzione da cui riconosce la fortuna, i gradi, i privilegi antichi, ma non amica dell'assoluto predominio della casta sacerdotale; non operosa, non pre­stante per dottrina e virtù. La nobiltà di provincia o avversa o nemica al Governo pontificio, o indifferente. Non pochi in provincia i nobili cospiratori.
Poca in Roma la borghesia indipendente per fortuna e stato, e questa non ligia al Governo; molti i clienti e servitori di cardinali e prelati, molti i trafficanti di abusi; copiosa la curia linguacciuta e doppia: massa molle, voluttuosa, slombata, servile ai dominatori; ma senz'animo, senza fede, senza gagliardia.
Gli artigiani e la minuta gente forse in Roma devota al Pontefice; poco al Prin­cipe, nulla al Governo; orgogliosa del nome romano, selvatica, rissosa. I popolani di provincia mescolati alle sètte, audaci nelle fazioni.
I contadini queti per tutto; devoti al capo della religione, rispettosi al sacer­dozio, scontenti del pagar troppo.
II clero minore, sia della capitale, sia delle provincie, semplice, poco istruito, mormorante degli abusi romani, e del governo cattivo; e se pochi si eccettuino, né sco­stumato, né torbido. Quella parte più forestiera che romana, la quale vive e lussureg­gia o spera vivere e lussureggiare di abusi, di potere, di onori: simulatrice, settaria, e faziosa all'uopo.
Non forte insomma il Governo dell'amore dei sudditi e della pubblica opinione.
Fuori: rimbrotti acerbi, sarcasmi, fama pessima, persuasione di nuove agi­tazioni e della necessità di pronte e sostanziali riforme. I diplomatici paurosi di insurrezioni e xivoltuW (L. C. FABINI, op. cil., I, PP- H4-45). Vedi Appendice, pp. 59-60. . .,
2) GIUSEPPE GÀBOBSI, Memorie per servire alla storia della rivoluzione degli Stati Romani, Genova, R. I. de' sordo-muti, 1851, 3 voli. I, p. 32. Vedi nello stesso Gabussi loc. cft, uno schizzo eloquente ma troppo fescamente adombrato degli ultimi tempi di Gregorio XVL