Rassegna storica del Risorgimento
MADDALENA (ISOLA DELLA)
anno
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1935
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pagina
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663
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Libri e periodici 53
i una minoranza . Anche questa formula ha avuto larga fortuna ai suoi tempi, e il prof. Ferrari ancor oggi mostra di aderirvi. Ma mi pare che non occorra più indugiare gii dimostrazioni ovvie, la quistione essendo già stata liquidata dalI'Omodeo (cfr Tradizioni morali e disciplina storica, Bari, 1929, p. 144) a proposito di un altro libro ove si ritrova una tendenza siffatta. Credo perciò più opportuno dimostrare in concreto, seguendo in qualche punto la trattazione del Ferrari, come questo metodo non sia applicabile quando si è del tutto destituiti di senso storico. E il Ferrari stesso, appunto perciò, ne offre l'esempio.
Eglipropugna il Risorgimento come opera di una minoranza: ma a spiegare la rapidità e la facilità con cui avvenne la rivoluzione del '20 a Napoli, adduce il fatto che ala maggioranza della nazione l'accettava piuttosto favorevolmente (p. 41). Il che, se è contrario a quanto asserisce il Ferrari sulla forza delle minoranze, mi pare sia contrario anche alla verità storica perchè il popolo napoletano fu assente e sordo ad ogni movimento rivoluzionario fin quasi al sessanta. Basterebbe leggere il De Sivo, il Micchitelli, il Dal Pozzo, storici che non mi pare debbano essere relegati a rifascio in soffitta.
Ma se qui si volesse azzardare, non dico una tesi legittimista, ma un semplice invito alla equità storica, dovremmo sempre più allontanarci dal Ferrari. Il quale ha appunto una sua religione della rivoluzione, delle barricate, un suo culto carducciano (carduecianesimo deteriore) della ribellione satanica come forza vindice della regione: e perciò i ministri di Vittorio Emanuele I dopo il 15 (tra cui vi era un Alessandro Vallesa che fu, come il Segre dimostrò magistralmente, uno statista di primissimo ordine), sono mummie incartapecorite o dei rammolliti cerebrali (p. 21); la guerra combattuta da Guglielmo Pepe in Ispagna sotto i Bonaparte è una guerra antipatica (p. 35); la repressione di Palermo fatta da Florestano Pepe, onde distruggere il secessionismo, una insulsa lotta fratricida (p. 43). Altro che insulsa! Gioverebbe ricordare che senza quell' insulsa repressione, e l'altra del *49, la Sicilia, che per tutto il Risorgimento fu sempre orientata verso l'autonomismo e, quasi barchetta a rimorchio della sua nave in mezzo alla tempesta, era avvinta da legami assai deboli col governo napoletano, senza quell* insulsa repressione, dico, avrebbe spezzato per sempre i suoi ormeggi e avrebbe navigato forse verso il destino di Malta l
Non è possibile seguire passo passo la trattazione del Ferrari, e mostrare tutti i giudizi che non sono accettabili. Mi limiterò soltanto a qualche esempio, tra quelli che mi sembrano più significativi, e dai quali il lettore potrà giudicare l'andamento critico di tutto il libro:
1 A p. 18 il Ferrari afferma che la politica interna ed estera del Regno di Sardegna era più o meno ispirata da Vienna, mentre a p. 46 e a p. 70 parla deU'mdirizzo antiaustriaco seguito in politica da Vittorio Emanuele I; a p. 56 asserisce che la politica sabauda in quello stesso periodo era contro la Francia non meno che contro l'Austria, ma tre pagine dopo riporta un bel brano del Confalonieri dal quale si rileva, più o meno, il contrario. Ma a parte ciò, che dipende dall'aver forse un po' troppo calcato la mano nelle sue espressioni, mi pare che al Ferrari sfugga il gioco della politica estera iniziato da Vittorio Emanuele I, che rappresentava, in naca, proprio la politica che con tanta fortuna doveva poi svolgere il Cavour: quello appunto di appoggiarsi alla Francia ed opporsi così alle mire espansionistiche dell'Austria in Italia. Questo, dal libro del Ferrari, non appare. Cosi in genere è deficientemente trattata la storia diplomatica dell'età della restaurazione, e mi pare sia deficienza non lieve percnè torse mai come in questo tempo la diplomazia ebbe tanto peso sulla costituzione degli stati e lo svolgersi degli avvenimenti storici. E con malinconia vien fatto di pensare ali abbondanza di notizie e di idee che io storico avrebbe potuto ancora attingere dalla vecchia, superata, bistrattata opera del tanto (ed anche giustamente) deprecato JNico-mede Bianchii .
2o A proposito della prima guerra d'indipendenza il prof. Ferrari, alle pagine
324-326 cosi scrive: