Rassegna storica del Risorgimento

MADDALENA (ISOLA DELLA)
anno <1935>   pagina <665>
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Libri e periodici 555
svolti in modo che gli piaccia, giù botte da orbo su chi è responsabile del malfatto. Leggendo il suo libro (ed è forse perciò che esso è tanto colorito e pittoresco), sembra quasi di sentir parlare un Lombardo 0 un Napoletano del Quarantotto. Ma, si sa bene, non è tentando di fare polemica che si fa vera storiografia, bensì innalzando la pole­mica a ragione storica, detergendola da tutto ciò che può avere interesse pratico o carattere contingente. Altrimenti non si riesce a fare neanche vera polemica politica, perchè, a distanza di tempo, viene a mancare ogni interesse attuale che la sorregga: e si finisce col non fare altro che un freddo esercizio avvocatesco o oratorio, qualcosa appunto che sta la comparsa defensionale e il panegirico, oppure tra l'arringa del pubblico ministero e rinorridito studio dei peccati mortali che si fa nei conventi in tempo di esercizi spirituali!
È da notarsi ancora che questo atteggiamento mentale non solo vieta la compren­sione della figura 0 del fatto storico preso in esame, ma fa si che lo storiografo si metta in condizione di non valutare sufficientemente e serenamente quelle figure o quei fatti storici che con le prime hanno relazione. Infatti non è soltanto il giudizio su Carlo Alberto che in questo libro è inaccettabile; ma anche quello su altri uomini del Risor­gimento, per esempio il Mazzini. Si comprende facilmente che a furia di denigrare il Re sabaudo (al quale il Ferrari dovrebbe almeno riconoscere il merito di aver riscat­tato i proprii errori politici a Novara), lo storico che si è messo su questo sdruccio­levole piano finisce col sopravvalutare troppo il suo grande avversario, il Mazzini. Sul quale malgrado la grande ammirazione che abbiamo per lui non ci saremmo aspettati né il raffronto con Mosè e con Cristo (p. 168), né frasi di questo genere: a Egli è direi quasi un puro spirito, come un angelo non soggetto alle tentazioni ter­rene (p. 169). Ewia ! questa è enfasi predicatoria, è retorica che spinge il prof. Fer­rari a chiudere gli occhi dinanzi alle cose che più saltano agli occhi. Nessuno si sarebbe aspettato oggi, dopo tanti studi e ricerche, che qualcuno sostenesse ancora che il Mazzini fu buon politico durante la Repubblica romana del '49. Ebbene, il professor Ferrari sostiene che, anche in questa occasione, come uomo di Stato, il Maz­zini rivelò doti di primissimo ordine che non sono facili a trovarsi anche tra i
politici più grandi, nella famiglia dei quali egli è più simile a Guglielmo Pitt il vecchio, o a Washington, che non a Richelieu o a Cavour (p. 172) ! Parole non ci appulcro. Di questo passo si potrebbe continuare all'infinito. Ma a che vale seguire il prof. Fer­rari nelle sue elucubrazioni, tenergli dietro apensare che cosa sarebbe successo se Mazzini invece di nascere in Italia fosse nato in Inghilterra (p. 165); che vale discutere con lui se il Mazzini sarebbe stato un Cobden o un 0' Connell, oppure un Pitt o un Gladstone ? (Ibidem). Che vale indagare se, nel caso che il Mazzini si fosse dedicato soltanto alla letteratura, egli sarebbe stato, oppur no, lo Schiller italiano ? (Ibidem).
E qui metto punto. Altre cose potrei aggiungere, altri esempi potrei addurre.
Ma credo di avere dimostrato a sufficienza perchè questo libro non può essere accolto
favorevolmente da chi lo legga con attenzione e con animo scevro da pregiudizi. L'ho
dimostrato con mia intima pena, perchè non è piacevole vedere su questa strada uno
studioso come Aldo Ferrari. Ma credo che egli preferisca nei suoi lettori piuttosto
il convinto e ragionato dissenso che il vuoto acclamare.
ALDO ROMANO
ALBERTO GIANOLA, Deportati Lombardo-Veneti in Ungheria dal 1831 al 1848; Modena, Soc. tip. Modenese, 1934, in-8, pp. XVI-175, L. 15. (Collezione storica del Ri­sorgimento italiano fondata da G. Canevazzi, diretta da A. Salmi, Sene I, voi. X).
Molto si sapeva e si sa intorno ai patriotti cisalpini deportati a Cattare e a Peter-varadino, al tempo della reazione austro-russa (1799); poco 0 nulla, invece, si conosceva dei deportati lombardo-veneti in Ungheria negli anni compresi tra le due rivolu­zioni del 1831 e del 1848. Va per ciò data ampia lode ad Alberto Gianola di avere.