Rassegna storica del Risorgimento

OUCHY (PACE DI)
anno <1935>   pagina <839>
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Da Carlo Alberto a Vittorio Emanuele II
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contro recentissime affermazioni, che questo convincimento e non il giuramento prestato al predecessore fu l'ostacolo principale che trattenne la coscienza del Re dal largire lo Statuto. Di questo misterioso giuramento tanto contestato noi abbiamo potuto ormai ristabilire la data e la forma e rico­struire su basi sicure il tenore e la portata. Esso non era impe­dimento insormontabile. Carlo Felice aveva impegnato bensì il Principe di Carignano a mantenere immutate le leggi fon­damentali della monarchia. Ma, ben consigliato, intuì che tale impegno, quando fosse assoluto e irrevocabile, avrebbe costi­tuito a sua volta offesa e annullamento della stessa sovranità che il predecessore invocava per imporre al successore V im­pegno. Perciò e questo è l'essenziale gli fa obbligo in ogni caso in cui dovesse per imprevedute circostanze pren­dere risoluzioni che tocchino quelle fondamentali norme della monarchia, di chiamare a consiglio i Cavalieri dell'Annun­ziata e gli altri grandi dello Stato e prendere da loro consiglio. Ma solo quando la sua coscienza fu resa convinta dell9 inevita­bilità del sacrifizio, Carlo Alberto convocò questo consiglio straordinario, di cui poteva già prima, in quelle circostanze, prevedere il responso. E fu sacrifizio, forse il più grave, alla causa maggiore e più alta: la guerra nazionale.
Solo poiché i tempi sono disposti a cose maggiori , come sarà detto nel proclama che annunzia la concessione dello Statuto, il Re reprime il suo convincimento e lega la Carta costituzionale direttamente ed apertamente alla causa dell'indipendenza italiana.Risoluto poi in ogni istante a pagare con l'abdicazione più volte meditata e annunziata e poi con l'esilio e la morte l'infrangibilità di quel patto stretto nell'ora suprema più che fra il Re di Piemonte e quel suo piccolo Stato, idealmente e potenzialmente tra l'unico Sovrano italiano e l'Italia intera, lo Statuto fu per Carlo Alberto ripetia­molo un sacrificio non di un suo personale egoismo asso­lutistico, ma di un suo convincimento insopprimibile della