Rassegna storica del Risorgimento

ECONOMIA; PASCOLI LIONE ; STATO PONTIFICIO
anno <1936>   pagina <1305>
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Lione Pascoli e la vita economica dello Stato pontificio, eco* 1305
Bisogna subito rilevare la condizione psicologica del Pascoli, che BÌ figura possibile e facile qualsiasi miglioramento e quindi è pronto ad elevare rimproveri e piati perchè questo non si è ancora avverato. Bisogna, in seguito, domandarsi qual valore possono avere le affer­mazioni del Pascoli. Per quel che riguarda la vantata ricchezza dello Stato ecclesiastico, stabiliremo una distinzione. Se per ricchezza intendiamo i doni spontaneamente offerti dalla natura all'uomo e che egli può cogliere con poco o nessuno sforzo, lo Stato ecclesiastico si poteva ritenere povero ed esaurito; se invece ci riferiamo alla possi­bilità di produrre mediante applicazione di capitale e di lavoro, allora il giudizio si può rovesciare. Evidentemente il Pascoli vuol parlare specialmente della ricchezza intesa in questa seconda maniera; ma si inganna nel valutare facile l'impresa.
L'economia dello Stato pontificio poggiava quasi del tutto sul­l'agricoltura. Ma questa agricoltura era basata esclusivamente su due elementi: la fertilità naturale e il lavoro umano. La prima era esau­rita dallo sfruttamento di secoli, il secondo si applicava alla terra senza criteri razionali, seguendo le consuetudini inveterate, con l'aiuto di pochi e rozzi strumenti, con mancanza quasi assoluta di capitali. H carattere predominante del podere, dove si notava questa forma di unità fondiaria, era quello di produrre per il mantenimento della famiglia che lo lavorava. Produzione, quindi, principalmente per le sussistenze, incapace di raggiungere quote alte, costretta assolu­tamente entro i limiti segnati dal corso delle stagioni e dalle vicende favorevoli o sfavorevoli degli elementi naturali. Un segno evidente di questo stato di fatto è dato dalla miseria dei contadini, i quali non solo consumano i prodotti diloro spettanza, ma sono spesso costretti a coprirsi di debiti pur vivendo con la maggior frugalità. Più poveri dei poveri
i contadini scrive il Pascoli ... faticano più degli stessi buoi, e cavalli, e faticano ancora per alimentarli, e far loro la servito, che non fanno a se stessi; perchè dormono, e mangiano peggio assai di loro senza vino, quasi sempre, senza pane il più delle volte, mai mai la carne a riserva delle Pasque, e la semplice erba cotta mal condita ben sovente. Or di questi, che sostentano tatti i viventi colla coltivazione della terra niun ne tlen conto, ninno li considera, ninno ne ha compassione. u
H Pascoli parte anche qui da un'esperienza limitata, ma il suo giudizio collima con quello di molti suoi contemporanei ed è confermato
i) Cfr. Codicillo, Corollario LXXXVIT.
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