Rassegna storica del Risorgimento
ECONOMIA; PASCOLI LIONE ; STATO PONTIFICIO
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1936
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1316 Luigi Dal Pam
questo riguardo, in una posizione intermedia; nei suoi due scritti c'è un po' di tutto, ma la materia economica occupa più di metà dell'opera* Comunque il titolo di Testamento politico non può essere assunto, come lo fu a suo tempo dal Gobbi1] quale indizio di colleganza fra l'opera del Boisguilbert e quella del Pascoli.
Ciò posto, veniamo ad esaminare in particolare le riforme proposte dal nostro.
A) L'aumento della produzione. È quasi universale all'epoca dell'assolutismo la credenza di poter tutto sistemare ed ottenere mediante un atto amministrativo, un ordine dell'autorità. Non si ha idea di agire indirettamente sul sistema economico per ottenere un effetto determinato a lunga scadenza; si crede possibile anche l'impossibile per mezzo di un decreto. Per il formarsi di una scienza economica è necessario invece il presupposto di una mentalità opposta, che abbia per substrato la coscienza dell'esistenza di un mondo di fatti più forti della volontà dei governanti, che nella sua complessità sfugga a chi vorrebbe dominarlo dal di fuori, senza una esatta conoscenza del suo complesso organamento e delle leggi che lo regolano. Nelle sue lezioni all'Università di Glasgow, Smith dimostrava che i regolamenti di polizia diretti a fissare i prezzi per legge o a colpire gli speculatori non potevano servire allo 'scopo di ottenere il buon mercato quanto serviva in effetto procurare che i generi fossero abbondanti, il che si poteva assicurare, lasciando che ciascuno si provvedesse da se. Anche la posizione del Pascoli è su questo piano. Il suo prò-blema è quello deW aumento della produzione e l'incremento del commercio è la molla principale che devesi azionare per ottenerlo.
A noi pare che il Pascoli parta da un concetto di ricchezza nazionale che tiene conto della differenza fra i beni che sono prodotti e i beni che sono consumati, che mira cioè a rendere massima l'accumulazione del capitale. Per lui tanto l'agricoltura, quanto il commercio e le manifatture, sono elementi della ricchezza di uno Stato. Ma l'agricoltura tiene il primo posto.
Quest'idea non trova la sua inquadratura in un sistema dottrinale, come nei fisiocrati, ma è il risultato di un'esperienza ben più modesta di un uomo nato e cresciuto fra proprietari di terre e contadini, in uno Stato quasi del tutto privo di industrie che producano per l'esportazione.
i) Cfr. XJ. GOBBI, La concorrenza estera e gli antichi economisti italiani, Milano, Hoepli, 1884, p. 114.