Rassegna storica del Risorgimento
1859 ; TORELLI LUIGI ; RICASOLI BETTINO ; CAVOUR, CAMILLO BENSO
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1936
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1426
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1-Ì26 Raffaele Cognetlì de Marina
ordini, dicendosi pronto a rompere gli indugi coi volontari del corpo dei Cacciatori delle Alpi.
Un colloquio ebbe luogo a Torino ca il Re e Garibaldi il 29 ottobre. Cavour riteneva tuttavia illusoria una insurrezione delle Marcile e avrebbe ritenuta insensata una azione di Garibaldi, che era alla Cattolica (CHIALA, id.y III, p. 145, Lettere Cavour a La Marmora DCCXI e DCCXII). Dello stesso pensiero erano Farini e il generale Fanti, ma dissentiva Garibaldi. Cavour il 12 novembre scriveva, come abbiamo visto, al Presidente del Consiglio generale Alfonso La Marmora: Per ciò che riflette Garibaldi, il Re deve agire direttamente e senza esitazione... Un indugio di 24 ore potrebbe essere fatale . (CHIALA, id., Ili, p. 149, n. DCGXVH). La lettera di Cavour si spiega perchè, proprio lo stesso 12 novembre, il generale Garibaldi, dopo essersi lasciato strappare dal generale Solaroli, inviatogli incontro dal Re per tale scopo, la promessa che avrebbe rinunciato, per allora, alla vagheggiata impresa e non operato cosa che potesse dispiacere ai reggitori dello Stato, inaspettatamente aveva telegrafato da Rimani al Fanti che, essendosi sollevate le Marche, muoveva in soccorso dei fratelli.
A questo telegramma di Garibaldi venne risposto provvedendo perchè nessun movimento di corpi di esercito al comando di lui avesse esecuzione senza un ordine, e il 16 mattina aveva luogo il colloquio fra Vittorio Emanuele e Garibaldi, chiamato a Torino dal Re. Garibaldi cedette alle istanze del Re, pur dopo opposta qualche difficoltà, soddisfatto anzi, perchè il Re gli aveva lasciato intrawedere la possibilità di avvenimenti, i quali gli avrebbero dato occasione di giovare alla causa dell'unità italiana in modo assai più sicuro ed efficace di ciò che avrebbe potuto fare passando il confine per recarsi dalla Cattolica nelle Marche, che erano soggette al potere temporale del Papa (CHIALA, id.t HI, p. CCLX segg. e ivi, in nota, G. Massari; DE VECCHI DI VAL CISMON, La missione Debormida, cit., p. 903).
Lo stesso Garibaldi, nelle sue Memorie autobiografiche (Firenze, Barbera, 1888, p. 324 segg.) scrive che partiva allora da Torino contento e aveva trovato molto naturale, nella posizione del Re al cospetto di un rivoluzionario, che Vittorio Emanuele non gli desse il suo consentimento per l'invasione del territorio pontifìcio, come non consenti, un anno dopo, la spedizione di Sicilia, il passaggio dello Stretto di Messina e poi quella Marcia su Roma che fini ad Aspromonte.
E lo stesso Garibaldi dovette riconoscere che le a prepotenze cavourriane ottennero due vantaggi: l'unione delle Romagne ai Ducati di Parma e Modena sotto il governo di Farmi, uomo d'intelligenza superiore e di cuore italiano; ciò che consentì di spingere all'armamento e alla unificazione, con energico spirito di organizzazione. Ma soprattutto Garibaldi si compiaceva del Re a sempre buono con lui .