Rassegna storica del Risorgimento
FERRI CRISTOFORO ; GIORDANI PIETRO
anno
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1936
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pagina
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1720
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1720
Libri e periodici
IL BOKCHI, Ritratti e profili di contemporanei a cinta dì FKAKCESCO AIATJ B'aD., in 8 gr pp. XXVIH-498, 394, 292, Firenze, Le Monnier, 1935-XHI-XIV. L. 30, 30, 20.
Il 4, il 5 ed il 6 volume degli scritti di Ruggero Bonghi contengono una larghissima scelta di quegli scritti dell'illustre uomo politico italiano che possono venire, con parola di origine straniera, chiamati saggi e per i quali egli ebbe una predilezione particolare.
Sono circa 1200 pagine fitte che costituiscono un'autentica galleria di ritratti, qual di maggiore, qual di minore dimensione, di uomini politici svolgenti la loro attività per la massima parte nella seconda meta del secolo scorso: unica eccezione il saggio su Napoleone I (voi. Il, p. 3-15) die è d'altronde una recensione critica OSEOÌ equilibrata del ISapolion di H. Taine e del Napoìéon et ses détractours del Principe Napoleone Bonapartc.
Vediamo cosi raccolti (voi. I) scritti su Vittorio Emanuele li, per il quale il Bonghi ebbe un'ammirazione ed un affetto senza limiti, su Cavour, su Mazzini e Garibaldi, su Minghetti e mi infinite altre figure del nostro Risorgimento (Bixio, Cairoli, Crispi, Deprctis, Lenza, Lamarmora, Manin, Battezzi, RicasoU, Sella, ecc.); nel 2 e nel 3 volume scritti riguardanti uomini politici stranieri (Napoleone I e Napoleone IH, Thicrs, Disracli, Gladstone, Guglielmo I, Bismarck, Alessandro di Baitenberg per non citare che i maggiori).
In uno dei suoi saggi il Bonghi scrive acutamente: a Delle coso umane si ragiona bene o quando non se ne conoscono punto i particolari o quando si conoscono tutti. Giacché, nel primo caso, la mente è obbligata nel considerarle a fermarsi su quello che esse hanno di generale e dì essenziale; nel secondo, si risica sì, che questo appunto si perda di vista, ma, se nessun particolare è trascurato, v'è anche modo perchè da tutti insieme o la persona stessa che li narra o altri sia in grado di raccogliere, più nutrito forse, il generale e l'essenziale di esse (III, p. 163). Ora, il Bonghi si attiene ben spesso al primo sistema, né di ciò può farglisi colpa alcuna. "F?gft scriveva di personaggi a lui contemporanei, dei quali pertanto sapeva molto meno di quanto si sappia noi oggi e pertanto non poteva, in gran parte, che fidarsi del suo intuito del a generale 'e dell'essenziale ; intuito notevole d'altronde come appare, ad esempio, dal ritratto ch'egli, già nell'aprile del 1866, ci dava di Bismarck: ritratto nel quale il nostro A. ha impresso tutta la possanza che l'uomo doveva dippoi sempre più rivelare colla guerra del 1866, colla guerra del 1870 e infine col meraviglioso gioco diplomatico svolto sino albi sua caduta nel 1890 (III, p. 85-128).
Ma la massima parte degli scritti del Bonghi sono un inno a Cavour. Il nostro A. sentiva il fascino del grande statista piemontese; anzi, in un discorso dichiarò ch'egli portava per lui un antico culto (I, p. 180), culi o ch'era originato dalla fedeltà del Conte alla Monarchia, dal suo liberalismo anglicizzante, dalla sua azione diplomatica che aveva condotto ali1 Unità d'Italia; e tanto più lo apprezzava in quanto aveva ciò compiuto attuando il principio che il dizitto delle nazioni doveva trovar luogo di fjSettuarài nelle società europee, non per turbare durevolmente tutti gli Stati, ma per costituirli stabilmente (III, p. 146). 11 Bonghi, difendendo il Cavour dagli attacchi mossigli per la cessione di Nizza e della Savoia, vedeva in quest'atto il segno più vero e più spiccato della larghezza dì mente e della forza d'animo (io.) del Conte di Cavour, contrapponeva tale sistema a quello del ferro e del fuoco usato da Bismarck. sistema ch'egli altamente riprovava. Chiaramente poi il nostro A. affermava che il Cavour uper arditezza di disegno, prontezza dì effetto e sproporzione dei mezzi (HI, p. 134) era più grande del Presidente, del Consiglia prussiano, nell'opera del quale, pur avendone riconosciuto l'alto ingegno e le grandi doti diplomatiche, il Bonghi fino dal 1871 ravvisava l'origine di una politica di violenza e di regresso che avrebbe tubato senza posa le relazioni tra gli Stati d'Europa (HI, p. 161). E notevole sia detto per incidenza come il Bonghi in tale scritto (apparso nel febbraio 1871 in piena guerra franco-prussiana) prevedesse chiaramente quello che lo stesso Bismarck poi e Guglielmo II si illusero non avesse a verificarsi: cioè che la Francia dalla perdita dell'Alsazia e della Lorena avrebbe avuto lo stimolo ad una gagliarda rinnovazione di sé medesima tutta intesa a riconquistarle. Paragonava la disfatta francese dì quell'anno a quella prussiana del 1806 e considerava la futura pace soltanto una tregua (HI, p. 160): ciò che in effetti fu, anche se durò
43 'anni.
Ma per ritornare al Conte di Cavour, una delle cose che più irritava il Bonghi era che si diceste ch'egli era morto a tempo per sé . IN ella tistampa fatta nel 1879, egli scrisse in una nota: Io credo di no, perché più gli anni scorrono., più mi persuado, che il suo valore superasse