Rassegna storica del Risorgimento

VERIT? GIOVANNI
anno <1936>   pagina <171>
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Pensiero ed azione in don Giovanni Verità 171
monarchico e liberale, ossia che non appartenne a nessun partito, seguendo sempre dal 1849 in poi --il suo Generale.
Ci sono in lui contraddizioni come in Garibaldi; e come in Gari­baldi la sua anima semplice e generosa le unificava. Per questo nel 1849 caduto il governo di Leopoldo prese parte ai deliri popo­lari, inneggiando ai nuovi ideali repubblicani; e dieci anni dopo era persuaso che l'Italia la potevano fare soltanto Garibaldi e Vittorio Emanuele; e quindi fu con la rivoluzione e con la monarchia. Fu naturalmente, dopo Aspromonte, con Garibaldi dal quale non si era allontanato mai; e poscia fino alla morte prese parte a celebrazioni patriottiche, preferendo sempre la compagnia degli onesti, fossero essi repubblicani o monarchici, e gloriandosi tacitamente di essere in ogni caso un garibaldino.
Il che non gli impedì di compiere sempre i suoi doveri sacerdotali. Moltissime le testimonianze in proposito; e noi sappiamo, per esem­pio, che egli celebrò la Messa quotidianamente, fino agli ultimi suoi giorni, quando l'età e la malattia gli rendevano faticosissimo il salire sino alla sua chiesetta di san Rocco, dove come egli diceva a chi gli suggeriva di celebrare in una chiesa più comoda non poteva lasciare senza Messa quei suoi poveri fedeli. sappiamo che spesso donava l'elemosina della Messa ai poveri o ai chierichetti, che si adoperava per avvicinare alla chiesa i più lontani, che insistè ed ottenne che un suo amico, sposatosi col solo rito civile, celebrasse anche il matrimonio religioso, che, lui vivo, non accadde mai che in Modi-gliana si facessero funerali senza il rito religioso. Particolarmente era pacificatore di contese fra i suoi ardenti amici politici, e giovanis­simo ancora giunse in una notte alla Villa dei Laderchi in Prada per impedire un duello. Né mancò mai alle preghiere del Coro nella sua qualità di canonico, e quando seppe della morte del Generale celebrò la Messa in suffragio dell'anima sua.
Da non poche sue lettere che abbiamo veduto potremmo racco­gliere pensieri che sono la rivelazione di un'anima semplice, generosa, affidata alla divina Provvidenza, degna in tutto di un buon sacerdote cattolico.
Basti per tutte le citazioni, una sola che tolgo da una lettera scritta da Modigliana, il 26 novembre 1858, a quegli che poi il Carducci chia­merà leon di Romagna , e cioè a Vincenzo Caldesi che in quei giorni
1) Vedi a questo riguardo l'articolo di ETTOIIK GALLI in Corriere Padano del 10 giugno 1932, ed il citato articolo di LIKGCEGUA. L'episodio di Prada mi è stato narrato da monsignor dott. G. B. Tasselli che nel 18.74-7.5. io udì dal suo Prefetto nel Seminario di Faenza.