Rassegna storica del Risorgimento
RICASOLI BETTINO
anno
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1936
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pagina
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261
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Libri e periodici 261
nule sue Memorie diede della sua azione una versione ohe, a suo tempo, non convinse nchsuno. Abbiamo detto documenti veramente .spreti, perchè tu tu quelli che il Quilici ha potuto consultare e sfruttare, le corte giudiziarie cioè, sono documenti che al tempo degli scandali, o attraverso gh atti della Camera, o attraverso il Processo, erano già Btati di ragion pubblica.
Ciò premesso, e pure rendendo il merito dovuto all'A. per il suo tentativo di ritrarre al vivo, attraverso la lunga narrazione delle clamorose vicende della Banca Romana, le condizioni politiche, sociali ed economiche di quegli anni, bisogna poi dire che il Quilici per la speciale attitudine del suo ingegno, era piuttosto tratto a scrivere un romanzo politico del genere della Conquista dì Roma di Matilde Serao che non a compiere l'opera obbiettiva e documentata di storico che si era prefissa.
li A. nella nota a pag. 281 scrive: nulla vi è di inventato in questo volume; apparentemente bozzettistica, hi narrazione tende a dare quadri più completi del tempo, anche a costo di cadere nella cronachetta . A me pare che egli, senza volerlo, sveli qui la sua psicologia se non il suo proposito: la sua è appunto una narrazione bozzettistica, genere pero, per riuscire nel quale, senza tradire, non diciamo la storia, ma più modestamente la verità, occorreva rendersi conto veramente dello spirito del tempo o almeno dell'ambiente e della parte che vi ebbero gli uomini ricordati nella narrazione. Ci pare invece, che l'A. si preoccupi, non certo con rispetto della verità, troppo esclusivamente della parte bozzettistica quando, ad esempio, cerca di presentarci al vivo il banco dei Ministri nella famosa seduta del 20 dicembre 1892, indicando non solo i nomi di quelli che erano presenti, ma anche il posto preciso da essi occupato, senza spiegarci tuttavia per quale miracolosa resurrezione sedessero attorno all'on. Gioii tti anche due suoi ex colleghi defunti, l'Ellcna, morto nel luglio ed il Saint Bon morto nel novembre, il quale ultimo sedeva, dice l'A., gomito a gomito (pag. 101) col generale Pclloux ! 1 !
E le confusioni e le sviste sono innumerevoli; mi limito a segnalarne qualcuna che mi viene sott occhi ad apertura di pagina : non è esattamente riportata hi popolazione di Roma che l'A. enuncia in 300.000 abitanti mentre era di 436.000 (pag. 18); evidenti anacronismi sono nel quadro che egli prospetta del giornalismo dell'epoca; ripetutamente (pag. 244, 505) attribuisce all'on. Comandini la qualifica di Direttore del Corriere della Sera, il quale era invece diretto dal Torelli-Viollier; mentre non cita tra i giornali romani, che passa in rassegna, la vecchia Opinione che allora era chiamata la Nonna, attribuisce (pag. 435) tale appellativo al Fanfulla; il Prefetto di Roma Calenda (pag. 578) vien confuso col fratello, che fu poi Guardasigilli con Crispi, per trarne la conseguenza che l'azione spiegata da lui al Governo nei riguardi di Giolitti fu la risposta al trattamento avuto come Prefetto; più oltre fa credere che il Ministro dell'Agricoltura, a cui, secondo un'adoinbrata versione del Giolitti, era da attribuirsi la nomina del direttore della Banca Romana a senatore, fosse il Grimaldi, laddove era invece il Locava (pag. 613); quest'ultimo poi è battezzato ora per Ministro del Tesoro ed ora per Ministro dei Lavori pubblici, ecc.
Non voghamo indugiarci sulle inesattezze molteplici che ancora appaiono nell'opera sul carattere, sulla figura, sull'atteggiamento politico di molti uomini ricordati, da Bonghi a Miceli, da Sennino ad Avanzini, da Blanc a Plebano, da Gagliardo a Salandra, da Scaramella Manetta a VollaroDe Lieto (citato per tre volte col cognome di Vollaro degli Etto) sino ad un non mai esistito onorevole Merlacco. Voglio terminare piuttosto questa caccia agli errori segnalando per ultimo una confusione davvero divertente: a pag. 573 vien detto che l'on. Imbrumi era solito di chiamare Giolitti il signor Starabba: che cosa il nomignolo significasse nessuno sapeva: forse l'Imbrumi l'usava per la rima in abba che si accordava col Barabba evangelico . L'Imbriani, che sedendo all'estrema sinistra, ostentava di non riconoscere gh appellativi nobiliari, dava del Signor Starabba, non a Giolitti come l'A. sogna, ma al marchese di Budini, che aveva appunto cognome Starrabba e si chiamava Antonio e non Alessandro come leggiamo Botto il suo ritratto a pag. 80 e nell'indice delle tavole! Dopo di che facciamo a meno di dire i punti in cui decisamente consentiamo o quelli in cui potremmo dissentire dall'A. circa alcune considerazioni di carattere subiettivo, permettendoci soltanto di rilevare che dovrebbe forse, ad onore del nostro Paese, esser detto che l'azione deleteria di certi Governi e del Parlamentarismo fortunatamente non sempre riuscì a fiaccare lo spirito nazionale e certo non vi era riuscito fino al punto di far sconfessare, come all'erma l'A., il patriottico sacrificio del colonnello Cristoforis e degli eroi di Dogali.