Rassegna storica del Risorgimento

ECONOMIA ; FRANCIA
anno <1936>   pagina <277>
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Influenze francesi sui nostri economisti del Settecento 277
In un determinato momento ci si accorge che l'ordinaria scienza degli uomini di Stato è impotente a risolvere certi problemi, senza il sussidio dello studio diretto di un gruppo di fatti sociali, che presen­tano una serie di caratteri comuni. I pubblici amministratori e le persone colte in genere, che erano, quasi tutte, in quest'epoca, un po' enciclopediche, trovano cosi nella realtà di fatto l'impulso, la spinta immediata all'indagine relativa alle questioni pratiche poste dalla realtà. E spesso ricevono anche incoraggiamenti da parte dei principi.
Perciò si può affermare che, in tale momento spirituale, l'influenza del pensiero straniero è cosa secondaria e trascurabile.
Una volta però che si sono avvertite le esigenze della vita circo­stante e i problemi che sorgono dal mutare delle condizioni di fatto, una volta che gli uomini si son messi alla ricerca di adeguate solu­zioni, è naturale che utilizzino tutti gli elementi che loro si presen­tano per chiarire e risolvere i problemi stessi.
Non solo essi cercano di aiutarsi con lo studio dei fenomeni in questione o di fenomeni simili, ma anche con gli scritti di coloro che hanno preso in considerazione fatti e problemi analoghi. In questa operazione della mente, la via retta, che a noi suggerisce un senso scientifico più. maturo, è codesta: servirsi delle idee e dell'esperienza altrui se queste possono giovare per farci meglio intendere il linguaggio dei fatti e delle esperienze nostre. Ma, per coloro che primi si accinsero allo studio di un certo ordine di fatti, si presentò un grave pericolo : quello di diventare prigionieri delle idee altrui, tanto da perdere di vista il corso effettuale delle cose e rinchiudersi nella cerchia degli altrui sistemi.
Ciò posto, che caratteri presenta l'influenza degli scrittori francesi nel caso nostro? Se essa, considerata in generale, è un fatto certo che si può provare per quasi tutti i nostri scrittori di cose economiche; guardata nel suo effettivo e concreto valore, non assume quasi mai proporzioni tali da trascinare i nostri scrittori, come un peso morto, nell'orbita del pensiero francese; da creare delle scuole italiane ancelle di una scuola o di un pensatore francese. E vanto degli economisti italiani aver preso dagli autori stranieri quanto loro poteva servire per meglio intendere la realtà o per avvalorare le loro tesi, senza mai perdere la propria indipendenza di giudizio e la propria autonomia di pratici. Si pensi che la Fisiocrazia non ha avuto in Italia veri e propri seguaci e che forse gli scrittori italiani non hanno nemmeno capito il tentativo sistematico di quella corrente.
Gli economisti italiani soggiacciono alla suggestione delle questioni pratiche, che sono per loro una costante preoccupazione da cui non riescono quasi mai a liberarsi. Perciò ci appaiono principalmente