Rassegna storica del Risorgimento

SUEZ (CANALE DI)
anno <1936>   pagina <381>
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LIBRI E PERIODICI
GIUSEPPE CALAMÀIO, Leopoldo Galeotti e il moderatismo toscano; Modena, soc. Tip. Modenese, 1935-Xm, in 8, pp. 184, L. 15.
Leopoldo Galeotti fu uno dei rappresentanti più tipici del moderatismo toscano. Se non ebbe la vasta coltura storica e umanistica del Capponi, né l'energia attiva del Ricasoli, si segnalò tuttavia fra i suoi contemporanei per il suo pensiero lucido e positivo, al quale l'amichevole con­suetudine con Francesco Forti aveva dato un solido fondamento giuridico.
L'opera del Galeotti si può riconnettere, come del resto quella della maggior parte dei suoi amici,a quella letteratura civile del Settecento, che in Toscana si era applicata quasi esclusiva­mente alla trattazione di problemi concreti: questioni agricole, lotte giurisdizionali; considerate queste ultime soprattutto per i loro riflessi nell'economia del paese. La politica di Pietro Leo­poldo era ancora nella prima metà del secolo XIX il faro a cui chiedevano luce tutti quelli che cercavano il progresso ma aborrivano dalle rivoluzioni. Questo orientamento degli spiriti è la causa principale della fedeltà lungamente serbata alla dinastia di Lorena. Così il Galeotti fu un riformista, ma intese le riforme come un mezzo a consolidare l'autorità dei principi, non ad abbatterla.
Il suo primo scritto è del 1846 ed è dedicato al problema che in quel tempo dominava tutta la letteratura politica: la sovranità temporale dei Papi. H Galeotti, che deriva in parte dal Gioberti profezie e utopie escluse, e si stacca nettamente dai Giansenisti e dal Mazzini, ricono­sce la necessità del potere temporale, ma asserisce il bisogno di una vasta azione riformatrice, bisogno che i benefici innegabili dell'amministrazione francese avevano reso più acuto nei popoli. Nega recisamente la sovranità popolare, ma vede in una secolarizzazione del governo ponti­ficio la sola garanzia di giustizia per i sudditi. Addita nella rappresentanza municipale la base necessaria dei nuovi organismi costituzionali, e vorrebbe che al Consiglio generale, il più alto gradino della gerarchia amministrativa, partecipassero insieme cogli altri membri, proposti dai Consigli provinciali e scelti dal sovrano, i deputati delle più importanti corporazioni.
L'anno seguente, studiando le riforme da introdursi in Toscana, il Galeotti precisa anche meglio il suo pensiero. Al suffragio universale e alle manie livellatrici d'importazione francese, egli oppone sempre la rappresentanza municipale. Affiancano e seguono il Galeotti gli altri mode­rati, e il Ricasoli prospetta al ministro Cempini, come una delle necessità più urgenti, l'auto­nomia dei comuni. Ma il Galeotti vorrebbe anche allargata la partecipazione del popolo alla vita pubblica, e perciò, facendo sua un'idea del Sismondi, propone che si ricostituiscano le anti­che corporazioni, unico mezzo di ammettere al voto le classi più umili, senza cadere nell'errore del suffragio universale.
Gli scritti del Galeotti e dei suoi amici contribuirono efficacemente a preparare i fatti del '48. Ma la proclamazione napoletana di una Costituzione sul tipo francese impedì ai mode­rati di attuare il loro programma. Lo stesso Galeotti compilò il nuovo Statuto, ma non nascose la sua disapprovazione per una riforma che giudicava contraria alle basi tradizionali della poli­tica toscana. Ciò nonostante, chiuse la parentesi guerrazziana, quando ad evitare che il Gran­duca fosse restaurato dalle armi straniere, cercò di promuoverne il richiamo, e più tardi, dopo il ritorno del sovrano, il Galeotti lottò con tutte le sue forze per salvare la Costituzione. Il giornale dei moderati toscani, lo Statuto, si mise a completa disposizione del D'Azeglio, appog­giandolo contro quei maneggi ostili dei democratici, dei quali non potevano che avvantaggiarsi i partiti reazionari. Gli stessi contrasti che in Piemonte si verificarono in Toscana, e furono causa di dissidi fra i moderati. A dar ragione ai timori espressi dal Galeotti sopravvenne la soppressione della libertà di stampa e del Parlamento.
Nel decennio che precedette il '59, i moderati toscani ruppero ogni rapporto col governo, e col loro atteggiamento di resistenza passiva lo isolarono da tutte le forze vive del paese. I loro occhi si volsero adesso al Piemonte, ma mentro il Ricasoli e il Salvagnoli avevano già