Rassegna storica del Risorgimento

SUEZ (CANALE DI)
anno <1936>   pagina <382>
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Libri e periodici
superato la pregiudiziale autonomistica, il Galeotti vi rimaneva tenacemente attaccato. Ciò che non impedì al Cavour, il quale sapeva dar tempo agli uomini per modificare le loro opinioni, di servirsi proprio di lui, di quegli che chiama vai a il prudente Galeotti , come di un anello di congiunzione coi moderati di Toscana.
Quando scoppi la guerra d'Oriente, il Galeotti fu tra i primi a patrocinare l'intervento sardo, e approvò poi senza riserve il trattato del 10 gennaio 1855. Naturalmente non poti prevedere allora, l'alleanza del '59, e forse, se l'avesse prevista, non se ne sarebbe compiaciuto, perchè uell ammontato prestigio piemontese egli non sperava di trovare un fondamento più aienro all'azione unificatrice, ma solo un mezzo per imporre all'Europa il rispetto delle aspi­razioni costituzionali negli Stati della penisola. Antiunitario rimase anche nel '59, e giudicò piuttosto aspramente l'attività della Società Nazionale: la sua conversione fu detcrminata soltanto dall'armistizio di Villafranca, che lo convinse non esserci altro modo che l'annessione per evi­tare il ritorno del vecchio regime granducale. Da questo momento fu collaboratore fedele e zelante della politica del Cavour, e si sobbarcò anche al delicato compito di far da mediatore e paciere fra lui e il Ricasoli. Nel Parlamento italiano militò nel gruppo conservatore, e fu sem­pre fieramente avverso al Rat lazzi.
Nelle pagine del Calamari, delle quali ho cercato di dare un rapido riassunto, la figura del Galeotti è tratteggiata con molta diligenza. Pur basando il suo studio esclusivamente su fonti edite, l'A. ha compiuto un lavoro utile ed ha lumeggiato con lodevole chiarezza il pensiero dei moderati toscani. Del quale, seguendo l'ottima traccia segnata dall'Anzilotti, ha messo in giusto rilievo le radici tradizionali, e il contrasto colle strutture costituzionali che si vollero intro­durre dalla Francia e dall'Inghilterra. Sarebbe stato forse desiderabile che, abbreviando un poco le citazioni, egli avesse meglio precisato, oltreché le affinità, le divergenze di vedute che distingue­vano i maggiori rappresentanti del moderatismo toscano, e costituivano i caratteri peculiari delle loro diverse personalità. Anche le loro idee religiose meritavano un'indagine più profonda; e, passando ad un problema d'indole generale, conveniva proporsi il quesito se l'autonomismo, pur limitato al campo amministrativo, fosse compatibile colle necessitò dell'unificazione nazionale.
Ad ogni modo la prima parte del volume mi sembra assai più solida della seconda, dove le vicende esteriori, che dovrebbero costituire lo sfondo del quadro, finiscono spesso per soverchiare le figure dei protagonisti. L'A. non ha resistito alla tentazione di rievocare i fatti che prepa­rarono e accompagnarono la formazione unitaria, e si è perciò avventurato in un argomento tanto onesto che non gli ha permesso di dir nulla dinuovo e lo ha fatto anche cadere in qualche inesattezza. Cosi, parlando dei precedenti immediati della guerra di Crimea, egli scrive: Il Conte, disperato, avrebbe voluto cedere il potere al D'Azeglio, il quale generosamente rifiutò, dicendo che il ministero non poteva avere timoniere più abile di lui, ecc. (p. 114). Ora è molto probabile che il tentativo del Cavour fosse, assai più che un gesto di disperazione, un'abile manovra politica; e comunque il Collegno narra nel suo Diario che il D'Azeglio gli parlò della proposta, e che egli lo persuase a rifiutare, ricordandogli che già un'altra volta il Cavour si era al momento opportuno sbarazzato di lui. Può darsi che il Calamari abbia ritenuto inattendibile: il racconto del Collegno; in questo caso però avrebbe dovuto almeno accennarvi e discuterlo. Ma credo più probabile che in questo, come in altri punti, egli si sia limitato a riferire l'opinione vulgata; ciò che è appunto il più grave pericolo di quei rapidi riassunti che dovrebbero dare un quadro sintetico di avvenimenti sui quali il giudizio degli storici non è ancora pacifico.
Qualcosa di simile avviene quando il Calamari accenna all'atteggiamento della Francia e dell'Inghilterra di fronte al problema delle annessioni. In uno studio sui moderati toscani egli poteva anche astenersi dalPabbordare un soggetto cosi complesso, ma una volta toccatolo, avrebbe dovuto delineare sia pur brevemente, mo con maggior precisione, il giuoco politico di Napoleone III e quello del gabinetto inglese, e le ragioni effettive dell'uno e dell'altro.
E per concludere, mi permetta l'A. una piccola osservazione di stile. L'indirizzo rigidamente scientifico che da qualche tempo si va applicando agli studi di storia del Risorgimento ci ha a poco a poco affrancato da quei toni di gonfiezza retorica che un tempo sembravano inseparabili da ogni opera del genere. Vorrei che il Calamari, che dimostra di lavorare sul serio, si liberasse del tutto da codesto vezzo al quale talvolta indulge; cosi preferirei che egli chiamasse i suoi pro­tagonisti col loro nome soltanto: confesso che quel ir fiero barone o barone di ferro* per Bettino Ricasoli, mi ricorda troppo certi medaglioni cari agli specialisti di venti o trenta anni fa.