Rassegna storica del Risorgimento

MONTI GIOVANNI NAPOLEONE ; GIOBERTI VINCENZO
anno <1936>   pagina <548>
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Vittorio Ciati
che GÌ torna da cotesto ragazzate nell'opinione di questo paese. Io arrossisco qualche volta di essere italiano. Ma che i ragazzi facciano delle ragazzate si capisce : ciò che non so intendere si è che gli uomini diano loro la mano.
Come si vede, con questa lettera si entra in pieno nel campo della politica e il Gioberti, con l'animo colmo di amarezza, di risentimenti, bollente di passione, si abbandonerà ai suoi sfoghi non sempre giustificati, a giudizi improntati d'un pessimismo nel quale l'amico Monti lo asse­condava troppo docilmente, anzi, talvolta, senza volere, inasprendolo.
Questa lettera è seguita da un poscritto che quasi indurrebbe a credere che fin d'allora, e cioè, quando era ancora ministro senza porta­fogli in missione presso la Legazione di Parigi come rappresentante del suo Governo, il Gioberti meditasse o premeditasse le ven­dette e le grandi lezioni del Rinnovamento, preparandone i materiali. Eccolo :
Fammi il piacere di spedirmi per la posta una copia 1 dei Due Pro­grammi, 2 del proemio del Saggiatore, 3 del mio programma, 4 e della mia dichiarazione ministeriale. Non ti chieggo scusa del disturbo, perchè conosco il tuo affetto.
Indicazioni queste che pei lettori non hanno bisogno d'essere illustrate; salvo forse la terza che si riferisce al programma politico letto dal Gioberti alla Camera il 16 dicembre 1848.
H 4 maggio, su carta intestata Légation de Sardaigne , il Gio­berti così scriveva all'amico :
Carissimo. Ricevo in questo punto la cara tua col plico aggiuntovi, e cordial­mente tene ringrazio. Saprai a quest'ora che ho data la mia demissione (come si dice elegantemente nella Camera e sui giornali) irrevocabile, sì come ministro, e si come inviato a questa repubblica. La prima carica io dovevo deporla, otte­nuto il fine per cui me l'avevo addossata; il quale si era d'inanimare il Consiglio allo scioglimento della Camera inetta. La seconda, io l'avevo accettata creden­domi di poter fare qualche bene al nostro povero paese, e impedire qualche spro­posito dei nuovi ministri. Ma siccome cotesti signori vorrebbero servirsi di me come di un mero strumento per l'esecuzione di una politica mossa certo da otti­me intenzioni, ma debole, incerta, inesperimentata, e forse funesta alle nostre instituzioni, io me ne lavo le mani e non voglio più saperne. La mia risoluzione è ferma e niente la potrà crollare. Il solo caso che consentirei di rientrar nelle faccende sarebbe quello di poter fare un ministero a mio modo e porre in atto quella politica che sola io credo atta a riparare i mali fatti, impedirne de* nuovi e far risorgere le abbattute fortune italiche. Ma questa politica non pure