Rassegna storica del Risorgimento

anno <1936>   pagina <633>
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Libri e periodici 633
Cori, nel marzo 1831, cominciava, per il Giglioll In misera, grama, dolorosa vita dell'esule che doveva durare ben diciassette anni e aver termine solo con la morte, il 21 marzo 1848, proprio quando si era iniziata in Italia una nuova e più vasta rivoluzione e a Milano ferveva la lotta delle Cinque giornate. In Francia egli fece prima parte del deposito dei refugìati italiani a Macon; poi ottenne di passare a Montbrison, e successivamente a Perigueux, dove il figlio minore si era stabilito e si era anche accasato con una donna del luogo. Visse sempre misera­mente, stretto dai bisogni, ma con la più grande dignità e non venendo mai minimamente meno alle leggi dell'onore. Come tutti i refugiati politici, ottenne un sussidio dal Governo francese e visse, ai può dire, quasi esclusivamente di quello: solo in un primo periodo potè ottenere qualche sussidio da Antonio Panizzi che a Londra, come è ben noto, aveva raggiunto un'alta posizione sociale e una discreta agiatezza economica; ma poi, per ragioni non bene' chiarite, l'antica ami-cizia fu rotta e il povero esule dovette domandare soccorso ai figli per potersi coprire durante la cruda stagione e per far fronte a bisogni imperiosi di prima necessità. Le lettere, che sono di lui rimaste di questo triste periodo della sua vita e che sono state riprodotte, in tutto o in parte, nel volume in esame, non si possono leggere senza una profonda commozione, come quelle che ci fanno intendere, nel modo più sincero ed eloquente, ciò che fu realmente il lungo inesorabile martirio di tante vite offerte alla redenzióne politica della patria.
I figli di Domenico Giglioli, come si è già accennato, furono tutti e tre travolti nella disgra­zia del padre. Giuseppe (18041865), il maggiore, laureatosi in legge nell'Università di Bolo­gna, dovette abbandonare presto il territorio pontificio e calcare anche Ini le vie dell'esilio, pas­sando successivamente in vari luoghi, a Marsiglia, a Livorno, a Firenze, a Roma, a Napoli, senza trovare in alcun luogo un'occupazione conveniente, anzi, richiamando ovunque sopra di sé i sospetti e i rigori della polizia. Ripassato in Francia, visse qualche tempo nel deposito di Macon a fianco del padre, poi si affiliò, a Marsiglia, alla Giovine Italia, assumendovi il nome di Sordello e stringendo forti vincoli di amicizia col suo capo e fondatore. Vergo la fine del 1831 si recò a Parigi e quivi, contro la volontà di Giuseppe Mazzini, entrò in relazione coi a Veri Ita­liani, rivelando loro i propositi dell'associazione mazziniana. Passato più tardi a Londra, si guadagnò la vita, prima scrivendo o traducendo presso la compagnia del Teatro italiano, poi applicandosi all'insegnamento della lingua materna. Per qualche tempo, ricevette aiuto e assi­stenza da Antonio Panizzi; ma poi, non avendo sempre dato ascolto ai di lui consigli, perchè contrastavano con le sue inclinazioni o con le sue convinzioni, fini con l'essere completamente abbandonato alla sua sorte. Allora, anche Ini, trascorse anni tristi e dolorosi, stretto dai bisogni, angustiato dalle avversità. Recatosi nel 1834 da Londra a Edinburgo, insegnò per vari anni letteratura italiana nell'a Eton College , poi, dando prova di una grande forza di volontà, intra* prese gli studi di medicina. Una volta conseguita la laurea, si diede a esercitare la professione, seguendo nella cura dei malati il sistema omeopatico, ma senza incontrare soverchia fortuna. Nello stesso tempo, giovò, come gli era possibile, agli italiani refugiati nel territorio britannico e diede molta parte della sua attività alla scuola italiana gratuita di Londra, promossa e fon-data da Mazzini, e alla costituzione di un fondo nazionale italiano, quando specialmente comin­ciarono a farsi manifesti i segni forieri di una nuova riscossa nazionale. Nel 1848, subito dopo il trionfo della rivoluzione, abbandonò la famiglia (era già composta di tre figli) per far ritorno in Italia, e ottenne la nomina a ispettore della pubblica istruzione nella provincia di Modena. Ma ebbe, si può dire, appena il tempo di prender possesso del suo ufficio, perchè i rovesci della guerra d'indipendenza e le restaurazioni degli antichi principi lo obbligarono a riparare a Genova.
Cosi seguirono altri anni di trepidazioni politiche e familiari e di angustie economiche. A poco a poco, a contatto della realtà, egli si allontanò dalle idee repubblicane e mazziniane e si accostò alla politica piemontese, ottenendo così il modesto posto di ispettore delle scuole elementari genovesi. Ma esercitò, nel tempo stesso, la professione medica, sempre con scarso profitto pecuniario e più che altro mosso dal proposito di giovare agli umili e ai bisognosi. Non vi fu negli anni successivi, avvenimento politico cui non partecipasse in qualche modo, diretto o indiretto, e pur occupandosi con grande amore dell'educazione dei figlioli (che erano divenuti Cinque), trovò tempo e modo di trattare, in varie opere a stampa, di questioni politiche di Attualità (ad esempio dell'ordinamento amministrativo regionale contro l'accentramento piemontese), di occuparsi dell'istruzione militare dei giovani, di divulgare nozioni scientifiche, speeienel campo dell'anatomia. Costretto nel 1859 a dimettersi dall'ufficio delle scuole per disgusti