Rassegna storica del Risorgimento

PIO IX
anno <1936>   pagina <696>
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Roberto Palmnrocchi
che avevano la responsabilità del governo, si può capire; tanto pifo che nessuno di loro, anche quando fu assunto al potere, dimostrò di avere la minima comprensione ed esperienza degli affari di stato. Ma è deplorevole che la maggior parte degli storici moderni, ai quali pur non sono mancati autorevoli incitamenti ad allargare oltre i confini il campo delle indagini e a non dimenticare che i governi della penisola si movevano necessariamente entro il giuoco diploma­tico delle grandi potenze, si limitino a porre in rilievo i riflessi degli avvenimenti d'Italia nella politica europea, e considerino questa tutt'al più come uno sfondo del loro quadro, mentre potrebbero ritro­varci le cause determinanti di molti fatti, che si attribuiscono tradi­zionalmente al malvolere, all'incostanza o alla debolezza di un sovrano o di un ministro.
E certo che fino a quando non si avranno per l'Inghilterra e per l'Austria e per la Russia e per la Prussia studi esaurienti, del genere di quello ottimo del Silva sulla Monarchia di luglio, e finche l'Ar­chivio Vaticano non permetterà il libero esame dei documenti di Pio IX, una storia compiuta delle vicende italiane dal '46 in poi non sarà possibile. Credo però che si possano fin d'ora fissare dei punti, constatare dei rapporti che sono assai più che semplici coincidenze. Bisogna partire da una premessa: che nella prima metà del se­colo XIX ogni Stato italiano era nello scacchiere europeo oggetto di politica e non soggetto. Una realtà che, dissimulata o negata, pro­dusse disastri; e solo quando fu riconosciuta e presa come base di un paziente lavoro di adeguamento e di trasformazione, quando si comprese che il far da sé era la mèta e non il punto di partenza di un'azione politica, l'Italia si potè incamminare, con passo lento ma sicuro, sulla via dell'unità.
H fatto politico che nel '46 s'imponeva al Governo pontificio, come a quelli degli altri Stati italiani, era il dissidio tra Inghilterra e Francia, e il conseguente ravvicinamento di quest'ultima all'Austria, ravvicinamento che veniva a distruggere quello che era da secoli il presupposto di ogni sia pur limitata libertà di movimento in Italia, e cioè il contrasto francoaustriaco.
Nel '46 l'atteggiamento del Governo francese e dei più cauti. Non si dichiara contrario alle riforme, e la ragione è vista chiaramente dal D'Azeglio quando scrive: Torna al re Luigi Filippo che in Italia vengano migliorati i modi del governare, affinchè non vi nascano disordini che potrebbero... turbare la pace d'Europa .1} Ma non si
l) D'AZEGLIO, Scrìtti e discorsi politici, Firenze, 1931, I, p. 100.