Rassegna storica del Risorgimento
MONTI GIOVANNI NAPOLEONE ; GIOBERTI VINCENZO
anno
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1936
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pagina
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827
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Vincenzo Gioberti e Fon. abate Giovanni Napoleone Monti 827
All'accenno sul pericolo o del carcere o d'uno sfratto da Parigi fattogli anche dal Bertinatti, il Gioberti aveva già risposto nella lettera 2 febbraio pubblicata dal Ferraris (lett. XXTV), nel poscritto della quale dichiarava di essere pronto a tutto , concludendo: Ne sono mai stato cosi tranquillo e sicuro come in questa parte. Checché avvenga non temere che io mi lasci abbattere .
Il 22 febbraio si condoleva con espressioni affettuose e con auguri al suo Monti per le notizie recategli dalla sua lettera del 17 circa la grave malattia della sorella, e lo ringraziava del risultato delle trattative fatte da lui e dal Bertinatti al Bocca intorno all'edizione dell'opuscolo contenente le tre risposte polemiche:
L offerta del Bocca [circa due mila franchi] sorpassa le mie speranze. Tu e il Bertinatti foste davvero taumaturghi; perchè, a dirti il vero, le mie tre fagiolatine non meritano tanto.
Desidero che il matrimonio di Silvio [Pellico] non si avveri; perchè Silvio è buono e non merita di diventar la favola dell'universale. Ma quando l'unione avesse luogo, io non l'attribuirei già a passione erotica, ma a qualche maneggio dei Padri aucupanti al reditaggio della marchesana... ')
Qui le cose vanno male, e non ho pure il coraggio di parlartene. In verità che se i municipali mi faranno sfrattare, ne saprò loro grado; che il viver qua è una morte.
La grave sventura che minacciava il buon abate Monti, non tardò a colpirlo. Ne dava la triste notizia una sua lettera del 25 febbraio, alla quale il Gioberti rispondeva con lettera del 1 marzo che è un documento nobilissimo di amicizia. Vi si legge, fra l'altro:
I soli conforti efficaci son quelli della religione; i quali non è d'uopo che altri ti suggerisca, perchè il tuo animo ci è inclinato naturalmente, e scaturiscono nel presente infortunio dalla memoria medesima dell'estinta; perchè la morte non è una sventura di chi la soffre, quando è abbellita e santificata dalla speranza, anzi dalla innocenza e dalla rassegnazione. In questo caso il
i) Curioso, cho verso la fine della lettera 17 febbraio (la quale, fra parentesi, non figura fra quelle montiane registrate dal BALSAMOCiuvEiiTa ne Le Carte giobertiane della Biblioteca Civica dì Torino), il Monti accennava ad un altro reduce dallo Spielberg aspirante a nuove nozze: * Il matrimonio del Conte con Madama è un si dice. Se fosse vera la notìzia proverebbe che ancora con lo Spilherg non KÌ spegne lo stimolo. Dirò a Boglini {sic) di accertarsi della verità sessuale di ambi i contraenti . Chi fosse questo a conte non saprei congetturare; a meno che lo scrivente con un gergo canzonatorio di gusto assai discutìbile sovrat tutto in un abate non avesse inteso di designare il Pellico, quasi che, aspirando temerariamente alla mano della marchesa, secondo le dicerie dei maligni nemici del pio Balnzzese, questi avesse preteso di nobilitarsi facendo un passo ideale sulla scala araldica verso la marchesa con una corona comitale.