Rassegna storica del Risorgimento

DOGALI
anno <1936>   pagina <958>
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958 G. Mìchelini di San Martino
Con la giornata di Dogali è stata scritta una delle prime gloriose pagine della nostra storia coloniale. Dolce ne è oggi la rievocazione sn questa Rassegna, che per il volere e per la genialità del Quadrumviro de Vecchi di Val Cismon potenzia i nostri ricordi storici.
Massaua, 4 marzo 1887
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Ras Aitila aveva intimato Io sgombro di Santi e di Uà, fissando un dato numero di giorni e dichiarando che in caso negativo sarebbe venuto gin Ini. U 25 gennaio con una parte delle sue forze attaccò Saati, ma fu sempre respinto dal cannone, di cui gli abissini hanno grandis­simo timore, II 25 notte, alle 2 e partii da Massaua con un carro carico di munizioni (30.000 cartucce, parecchio casse di munizioni per cannone, viveri, ecc.), insomma, il carico di venti cammelli. Giunsi a Monckullo alle 3 e J4< ma disgraziatamente non si erano potuti tro­vare i venti cammelli; la qual cosa ci fece perdere un tempo prezioso e non potemmo partire da Monckullo che alle 4 e 3/4.
All'estrema avanguardia avevamo i basci-bonzuk, poi veniva una compagnia di avan­guardia, poi le due mitragliatrici, poi una compagnia e mezzo, quindi i cammelli e finalmente la retroguardia. La forza totale era di 540 uomini più 50 bascibouzuk.
Noi fummo certamente traditi da una delle numerose spie abissine che si aggirano dap­pertutto. Alle otto, alla distanza circa di un'ora da Saati, i basci-bouzuk segnalarono gli Abis­sini (cosa che del resto noi ritenevamo molto probabile). Raggiunsi il colonnello, e venne scèlta come posizione una collina sulla destra della strada. Ritornai indietro e feci avanzare le mitra­gliatrici, insegnando la via che dovevano prendere. Giunti sul colle, affidai una mitragliatrice al povero tenente Tirone e presi io l'altra.
Intanto gli Abissini, sbucando dalla strada, si dirigevano sulla nostra destra. Comin­ciammo il fuoco a 700 metri. La mitragliatrice di Tirone, dopo una mezz'ora di fuoco princi­piava ad incagliarsi. Io gli raccomandai di trattarla il più delicatamente possibile, ma con tutto ciò dopo qualche prova mi disse che non andava più. Continuai colia mia. (Apro una parentesi per un fatto personale. Ieri ricevetti una lettera del capitano Pollone, che mi dice: ti ho sognato a cavalcioni di una mitragliatrice, che facevi fuoco col sigaro in bocca. Caso strano; esattamente vero. Ho sempre puntato e fatto fuoco io, ed avevo il sigaro in bocca, perchè continuai a fumare quasi tutto il tempo del combattimento).
Dopo poco tempo, malgrado i miei riguardi, la mitragliatrice cominciava ad incagliarsi. Cercai studiarne le cause; tanto più che le aveva provate parecchie volte quando era a Ghe-rard. Pulii accuratamente le canne, ma poco dopo, il mio organetto era da capo. In quel frat­tempo ricevetti una palla di pietra al pollice sinistro, che me lo sfiorò delicatissimamente. Continua la mia musica mettendo ad una ad una le cartucce, ma dovetti finire anche in quel modo il mio giuoco. Le mitragliatrici erano vecchie Gatling a dieci canne, ed io attribuisco al vecchio cattivo sistema dell'arma, all'ossidazione delle cartucce, alla polvere che dava molte feccie e un poco anche alla deformazione delle pallottole, la Cui punta si schiacciava nei tra­sporti, le cause dell'incaglio.
Intanto vedendo che gli Abissini continuavano il loro movimento aggirante e che noi avevamo una collina dominante la nostra ed a Boli centocinquanta metri di distanza, il colon­nello decise la ritirata a scaglioni per occupare una collina migliore. Appena occupata la nuova posizione, visto il numero enorme dì Abissini, circa sette od ottomila, e visto che eravamo cir­condati da ogni parte, capimmo perfettamente che per noi era finita.