Rassegna storica del Risorgimento

DOGALI
anno <1936>   pagina <959>
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La battaglia di Dogali nella narrazione dell'unico ufficiale superstite 959
Un povero soldato vicino a me cadde colpito da una palla alla testa; allora mi venne 1 idea di prendergli il incile e mi misi a far fuoco alfine di vendere il pio caro possibile lo nostra pellaccia. Sparai molto, puntando con grande cura, e provava una vera gioia quando ne vedeva cadere qualclieduna. Ho avuto la fortuna di essere stato il primo in Africa, mentre si faceva fuoco, a mandare un evviva alla lontana Italia e al Re e fu quando il colonnello, veden­domi tirar fucilate, mi gridò, e furono le ultime parole che mi disse: Bravo Michelini, non potendo far fuoco col Cannone, fa fuoco col fucile . Alle quali parole risposi, anche per incoraggiare i soldati: SU signore, sempre avanti. Niente paura. Viva l'Italia! Viva il Rei .
Il nostro soldato era ammirevole, te lo assicuro io. Piena fiducia nei suoi superiori e con calma faceva fuoco; e cosi continuò per tutto il tempo fino al momento della mischia, momento in cui si battè con rabbia. I feriti perfino lanciavano contro gli Abissini pietre e terra.
Durammo più che potemmo, e quando moltissimi di noi furono fuori di combattimento, perchè morti o feriti gravemente, allóra Ras Alala battè il tamburo, segnale dell'attacco, e da tutte le parti si precipitarono con grandi grida contro di noi, che soprafatti dal numero, pur troppo, cademmo tutti: 540 di noi ed alcuni basci-bouzuk. Gli altri basci-bouzuk credo che se la svignassero.
Non è vero che gli Abissini gettino via il fucile quando attaccano, perchè, oltre dei loro sciaboloni, delle loro lancie e dei loro coltellacci, sparavano i fucili a bruciapelo.
Mentre sparavo col fucile, seduto sul colle, facevo anche i miei studi sul loro modo di combattere e su quello che si dovrebbe adottare da noi. Te lo accennerò, e mi dirai il tuo parere.
Dunque, nel momento di quel caos della mischia, io vidi albi distanza d i dieci passi da me due cavalieri abissini sulla mia destra, e sparai un colpo contro di loro; ma nel tempo stesso una lancia mi passò davanti sfiorandomi leggermente. Mi voltai immediatamente a sinistra, e vidi un nero che, chino a due passi da me, stava per darmi un'altra lanciata; rivoltai il fucile, e col calcio potei spaccargli la testa. Poi, mentre mi slanciavo contro un altro, ricevetti l'ultima ferita, quella del fianco sinistro, che mi fece cadere per terra, e subito mi usci tanto sangue dalla bocca che a mala pena potevo respirare.
Poco tempo dopo, mezzo svenuto, mi sentii trascinare alcuni passi per un braccio, ma io non potevo fare alcun movimento. Sentii togliermi le uose, le scarpe, tagliarmi i panni ad­dosso, e poi non mi ricordo più nulla. Più tardi mi sembra di aver udito gridare in modo rac­capricciante, e credo che mutuassero qualche infelice ferito. L'hanno fatto a molti.
Quando venne la compagnia del 54 fanteria, che giunse verso le due e mezzo, il capitano mi vide, mi chiamò per nome, ma io non udii. Vedendomi col sangue alla bocca e un pezzo di giacca rimastomi tutto intriso di sangue, mi credette morto, e siccome il tempo stringeva, rac­colse alcuni feriti e ritornò a Monckullo.
Io rinvenni credo verso le quattro; dico credo, perchè il mio orologio con tutto il resto (binoccolo, sciabola, revolver, sciarpa .bandoliera,mantellina,anello conbrillantc,boraccia, ecc), fu regalato a quei ladroni di abissini. Poco dopo mi alzai sulle ginocchia e poi in piedi, e lo spettacolo del campo offriva una di quelle viste che non. si dimenticano più per tutta la vita* Era un orrore 1 i morti ed i feritii abissini erano stati portati via. Restavamo noi soli. Vidi morti e feriti mutilati sconciamente; udii certi lamenti che andavano giù fino in fondo al cuore; udii chiedere un po' d'acqua per misericordia... Raccolsi la mia energia e cercai con parole, non potendo far altro, di incoraggiare quei feriti che mi sembravano meno gravi, dicendo loro che saremmo andati nella vicina posizione di Saati; ma, dopo dieci minuti di faticosissimo cammino, non poterono seguirmi.
Io non aveva mezzi di aiutarli ed aveva molto da pensare ai casi miei; allora pensai di continuare io colla speranza di trovar presto Saati e mandare soccorsi. Continuai il mio lentis­simo cammino. Oltre alle ferite, le pietre e le spine mi torturavano i piedi nudi. Poco dopo