Rassegna storica del Risorgimento

DOGALI
anno <1936>   pagina <962>
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962 G. Michelini di San Martino
Aprimmo il fuoco a 700 metri, gli abissini risposero. Le mitragliatrici funzionarono per
poco tempo, ma con molto effetto; questo fu che il movimento del nemico sulla uoHtra destra,
qnas i appena accennato, sostò. Io pensavo con desiderio infinito ai miei cannoni che oziavano
a) Massaua... Frattanto quel movimento che oramai pel numero dei nemici rappresentava un
pericolo sicuro, cominciò di nuovo.
De Cristoforis mandò a Mussatici un basci-bouzuk per soccorsi, e poi poco dopo, per mia calda insistenza, un altro a richiedere due pezzi da montagna. I corrieri giunsero, ma forse tardi.
Divenuta insostenibile ia posizione, dominata da altra vicina che ben presto il nemico avrebbe raggiunta, il De Cristoforis, dopo breve colloquio coi capitani, decise di ripiegare sopra una contigna collina, che ci avrebbe almeno permesso di durare nella difesa anche accerchiati. Ci divideva da questa una valletta scoscesa, infilata dai tiri nemici; ma il battaglione l'attra­versò, ripiegando per scaglioni, ordinalissimo.
Io e Tirone lo seguimmo trascinando, coi pochi Cannonieri superstiti, le mitragliatrici e le lasciammo, oramai inservibili del resto, ai piedi della salita. Alla mia tolsila vite di mira, ed ordinai a Tirone di fare altrettanto. *)
Come fummo sulla seconda posizione, ci parve follia scampare Benza soccorsi. Tutto air ri­giro il terreno, a poche centinaia di metri, brulicava di nemici. Erano 7 od 8 mila per certo, a giudicare così all'ingrosso per lo spazio che occupavano e per il cerchio di fuoco che ci face­vano intorno; ma l'abilità ch'essi avevano di ripararsi dai colpi nostri oi disperava. E al che distavano 400 o 500 metri al più. L'accerchiamento lentissimo durò circa tre ore, fin quando, cioè, essi furono sicuri che la maggior parte di noi giaceva, o finita od innocua. Ancora a 150 o 200 metri sostarono per fax fuoco: poi, improvvisamente, ci si slanciarono contro con grida terribili, con una foga impetuosa che li rendeva come forsennati.
Ed ai buoni Rcmington, alle carabine divario modello, ai fucili da elefanti, da caccia, ecc., e he costituivano le loto prime file, ecco aggiungersi le retrostanti armate di lancie, di picche, di sciabole, di coltelli e d'altre armi da mano. E, nota: gli Abissini sanno a 30 passi dal nemico lanciargli contro la lancia e trapassarlo.
Io rammento come in sogno la ridda infernale che dovette durar poco per certo: quel moltiplicarsi di gente, quasi sbucasse dal terreno, che in breve ci fu sopra e ci oppresse.
Però fu per essi un misero vanto, poiché se fino allora ci erano stati di fronte, nemici, ora divenivano stormi di avvoltoi sopra cadaveri e sopra feriti impotenti.
Questo il fatto, amico mio, al quale io non posso a meno di far seguire alcuni brevi memorie di quelle ore.
I soldati nostri, che rappresentavano tutte le regioni d'Italia, non potevano comportarsi meglio.
Dapprima, o meglio, fin quando il pericolo non fu evidente, essi forse non ne ebbero una idea chiara.
Li confortava la sicurezza dei capi, ai quali spesso guardavano come a scrutarne l'animo; questo rammento bene; potrei giurarlo.
Ma anche quando la certezza della morte scese sul campo nostro, anche allora io non vidi alcuno di essi arrestarsi. Quelli che ricevevano da me e dagli altri ufficiali ancor vivi l'or­dine di avanzare al posto dei compagni uccisi per riempire i vuoti avanzavano serii, senza accennare a sconforto palese: taluno più credente (e, in quei tristi momenti, quindi pio.
1) Una delle mitragliatrici fu rinvenuta poi, quando andammo od Adua in un forte, in mezzo ai cadaveri di abissini caduti in un combattimento avvenuto un mese prima circa fra le bande di due ras nemici. L'altra fu presa dal capitano ToseUim una chiesa di Adua. Furo­no poi spedite ambedue in Italia.