Rassegna storica del Risorgimento

1859 ; TOSCANA
anno <1936>   pagina <1107>
immagine non disponibile

Ricercando negli Archivi del Ministero dell'Interno della Toscana, ecc. 1107
far sorridere un uomo politico, non avrebbe fatto arrossire un moralista. Ma il Bartolommei trovò 1 suoi amici ed i suoi complici tra gli nomini più. ardenti. La sua fervida personalità attrasse tutti gli entusiasti e la sua borsa, si apri come il suo cuore, a tutti i bisogni. La riso­luzione di tutte le difficoltà fu sempre andiamo da Ferdinando . Egli si attrasse l'avver­sione del Governo in conseguenza dell'episodio di Santa Croce e più tardi per la distribuzione dei fogli clandestini. La Farina aveva trovato il suo uomo, quello che come lui era impaziente della timidezza dei moderati e della spaccona stravaganza di cui pensava di liberare l'Italia con una miserabile parodia dei Vespri Siciliani.
Il gruppo degli nomini che si riunirono intorno al Bartolommei si chiamò partita nazio­nale. Ma il nome era troppo esclusivo perchè non vi erano né aspre né limitate frontiere fra i vari gruppi liberali. I Nazionalisti erano per altro superiori come organizzazione, e la casa Bartolommei nei primi del '59 era il centro di una febbrile attività che raccoglieva e spediva i volontari toscani che accorrevano in Piemonte. Ma avevano un più ampio lavoro tra le mani.
11dì 8 febbraio Cavour confessò a Bon Compagni, inviato sordo a Firenze, che egli aveva nelle cose politiche una conoscenza più espansiva del suo inviato. Bon Compagni, richiamato ad una conferenza a Torino, ne ritornò a Firenze convinto che Cavour qualunque fossero i suoi ultimi progetti, piani o decisioni desiderava da Ini che non prendesse parte in qual­siasi cospirazione contro l'esistenza della Toscana. Da quel momento fino ad aprile la diplo­mazia ufficiale di Cavour aveva lo scopo di assicurarsi la cooperazione Bel Governo toscano nella guerra inveitabile con l'Austria.
Fosse o non fosse che realmente Cavour sperasse che Leopoldo cedesse alle sue pressioni, egli chiese al La Farina di assicurargli e garantirgli l'unione dei liberali toscani e delle truppe toscane, perchè potessero forzare il Governo a rompere i trattati con l'Austria e formare una alleanza col Piemonte.
Il La Farina passò la parola ai nazionalisti di Firenze e questi decisero di accostarsi agli altri gruppi patriottici.
Di grande importanza era il gruppo radicale democratico. Questo composto in mas­sima parte di basso popolo. I democratici fiorentini avevano trovato un capo (lider) sorto nei giorni di avversità dopo aver conservato il silenzio nei giorni di trionfo; un mazziniano pronto a metter da parte questioni di secondaria importanza per amore dei grandi fini nazionali. Giuseppe Dolfi era popolano di nascita e divenuto fornaio, il quale per il suo bello aspetto, la sua intelligenza, il suo buonsenso e la sua eloquenza era divenuto l'idolo degli intellet­tuali politici, come degli operai e commercianti. Egli era un democratico di antico stampo che era capace di sapere stare in mezzo a gente di ogni classe, senza rinnegare la sua, e sapere per fino come rifiutare una decorazione offertagli in persona da Vittorio Emanuele, senza creare nessuno imbarazzo tanto per il Re quanto per sé stesso. Senza alcun pensiero di per­sonale ambizione egli prese la sua porte tra i nazionalisti che fecero la rivoluzione del 27 aprile e più tardi senza avanzare nessuna pretesa per sé stesso, usò una influenza senza rivali per difendere e mantenere il Dittatore che difese la rivoluzione e ne raccolse i frutti.
I moderati non furono omogenei uè a lui né al gruppo che si formò intorno al Barto­lommei e al Bubieri. 11 banchiere Fenzi e il prof. Giorgini erano entrambi in casa loro nel palazzo Bartolommei o nel palazzo Ricosoli.
Vi fu un tentativo di attrarre nella loro orbita gli aristocratici, considerando che senza il contado una rivoluzione non poteva aver successo.
Questa considerazione che parve peregrina al gruppo dei georgofili e importante agli aristocratici, dev'esser parsa una povera cosa all'intrepido Bartolommei: ma ogni gruppo giu­dica la sua condotta da quella dei suoi più immediati vicini e Bartolommei e Rubieri stessi apparvero tiepidi e diacci ai repubblicani.
l/.