Rassegna storica del Risorgimento

1849
anno <1937>   pagina <116>
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116 Luigi Enrico Pennacchini
Fabbri, caffettiere, il dottor Pietro Nannini, medico, e Battista Nan-netti, soprannominato Bonazza; erano gregari: Cirillo Mondadori, locandiere, Francesco Manetti, pescivendolo, Luigi Mondadori, brac­ciante, Angelo Franzini, barbiere, Domenico Boccaluccì, Ludovico Matteucci, custode nell'azienda idraulica di Ferrara, Antonio Vighetti, pizzicagnolo, dementino Pascoli, fattore del marchese Guiceioli, abi­tante alla Cella, a due miglia da S. Alberto. Secondo l'anonimo l'orri­bile misfatto , era stato l'atto più atroce della setta, che provvide a far sloggiare Garibaldi e la sua donna dalla casa del Pascoli, dove si trova­vano, all'arrivo d'una colonna di tedeschi a S. Alberto, e a caricare su. un biroccio la donna malata, trasportandola a casa di Stefano Ravaglia alle Mandriole, ciò che avevano fatto Francesco Manetti e Battista Manetti (non più Moretti, come è detto dianzi). Alla domenica, 5 agosto, spediti a salvamento i Garibaldesi , si era tenuto congresso in casa Moreschi, e alla sera era seguito lo strangolamento dell'infelice donna, e la sua sepoltura alle così dette motte. Enorme delitto! . Quali prove erano indicate alcune macchie di sangue, che si vedevano sul traverso dì legno sul quale poggiava la corda che sosteneva la rete del biroccino, che era servito al trasporto della defunta (biroccino di proprietà del caffettiere Fabbri) ed altre traccie di sangue sulla corda ' medesima; altro indizio era l'assenza per tre giorni dal paese di Battista Manetti, il quale doveva aver trasportato altrove tutto l'abbigliamento della povera morta. I liberali l'avevano uccisa per depredarla! Altro anonimo del giorno successivo, e quasi certamente dello stesso autore, se la prendeva col Commissario dì polizia che, ricevuto l'incarico di sco­prire i rei ed arrestarli, era stato impari all'impresa, ne aveva lasciati fuggire alcuni, e non aveva proceduto all'arresto di Pietro Fabbri, e di Moreschi Antonio, che tutto il giorno complottavano per concer­tare il modo di deludere la giustizia. Il Commissario di cui si tratta era Zeffirino Socci, nominato di sopra, il quale saputa dal segretario di polizia l'accusa fattagli, ritenne opportuno giustificarsi, e lo fece con un rapporto in cui l'esaltazione e l'ignoranza vanno di pari passo. Assicurava egli che il dott. Nannini Pietro non s'era dato alla fuga perchè aveva sentito discorsi indiscreti da lui, ma perchè sciente di aver commesso grave errore, come medico, abbandonando una donna, che aveva poche ore di vita, e in uno stato di avanzata gravidanza, mentre avrebbe dovuto salvare la creatura , se fosse stato possibile, con la solita operazione cesarea, e non concorrere coi fratelli Giuseppe e Stefano Ravaglia, siccome sviscerati amici, a tumulare una donna furtivamente, qual cane, e nascondere al Governo il fatto deplorevole.