Rassegna storica del Risorgimento

1849
anno <1937>   pagina <118>
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118 Luigi Enrico Pennacchini
e ciò che più importava, ciarliero, millantatore, e poco fedele, per cui era necessario sorvegliarlo attentamente.
Non era da escludersi che Fautore dell'anonimo fosse in rapporti con lo stesso ispettore, se pure non era egli stesso l'autore, perchè era uno di quegli esseri che trovano gradito esercizio nella menzogna e nella calunnia .
Come si vede, migliore difesa dei sospetti di sentimenti repubbli­cani non era possibile fare.
Vi sono in atti due rapporti diretti al Ministro di Grazia e Giustizia dal presidente del Tribunale Collegiale di Ravenna, il quale si occupò del triste caso, e istruì i relativi processi, e da essi si rileva tutta la verità, e vengono fugati i vani sogni dell'esaltata fantasia popolare, nonché quelli degli interessati agenti di bassa polizìa. Il primo è del­l' 8 ottobre 1849, e narra del rinvenimento del cadavere, e della prima opinione del professore fisico, spedito sul luogo con. un giudice proces­sante che la morte fosse avvenuta per strangolamento, e della suppo­sizione generale che quella donna fosse la vera o supposta moglie del famigerato capo banda Garibaldi il quale, come era pubblico e noto­rio, due giorni prima, e dopo l'imbarco a Cesenatico, era stato forzato dai legni austriaci a sbarcare nelle vicinanze di Magnavacche, e che era stata privata di vita a scopo di furto. Erano intanto stati arrestati, il giorno 14 agosto, i fratelli Giuseppe e Stefano Ravaglia alla parrocchia Mandriole. La procedura però aveva assodato che era erroneo il primo giudizio del fisico, e che i fratelli Ravaglia non potevano essere tenuti responsabili della ricettazione di Garibaldi, quantunque si fosse momen­taneamente fermato in casa loro, ed era stato accertato indiscutibil­mente che nel sabato, 4 agosto, poco prima dell'ave maria, si era approssimato alla casa dei Ravaglia, mentre Giuseppe si trovava in una vicina boaria , e Stefano era a Ravenna, un biroccino, privato del suo sedile, e tirato da un cavallo, con una donna adagiata su un materasso, seguito da tre individui, uno dei quali era stato ravvisato per Garibaldi. Questi, avendo visto un giovane in quelle vicinanze, e ritenendo che fosse il padrone di casa, mentre era invece un caccia tare che uccellava con gli archetti, gli si era raccomandato, in nome della umanità, perchè ricevesse quella donna, gravemente ammalata, e infatti Garibaldi, che mostravasi afflittissimo, le andava con un faz­zoletto di seta ripulendo la bocca. Il giovane aveva risposto che la casa non era sua, tuttavia aveva chiamato uaa donna della famiglia Bavaglia, e l'aveva pregata di somministrare un po' d'acqua per estin­guere l'ardente sete dell'inferma. Si trovava presente, per caso, un