Rassegna storica del Risorgimento

1849
anno <1937>   pagina <124>
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124 Luigi Enrico Pennacchini
del distaccamento dei carabinieri pontifici di Granarolo, si apprende he la sera del 12 maggio 1849, in piena repubblica, fa tirata una fuci­lata contro don Sante Berti di Faenza, che rimase ferito gravemente alla gamba sinistra, e Fautore del ferimento era stato Giuseppe Zac­caria, alias Lisciano, il quale era stato incaricato della bisogna da Sebastiano Placci, dopo una congiura ordita in casa dell'arciprete di Granarolo, don Giovanni Spada, nemico acerrimo del Berti. Un cugino dello Zaccaria, di nome Carlo, aveva sepolte nel proprio orto in Gra­narolo molte armi dei repubblicani di Faenza, fra cui quelle dei Bonini ed altre armi erano state sepolte nell'orto dell'arciprete suddetto, dal già nominato Sebastiano Placci e di don Antonio Pezzi. Chi fosse don Antonio Pezzi, si trova in alcune informazioni, fra le quali vado spigolando: nel 1846, insieme a don Tito Babini di Cesato, e Luigi Scalaberni, si diede a tutta possa a rovinare i costumi della gioventù di Pieve di Cesato, che si era fino allora conservata fedelissima alla S. Sede, ed avevano seguite le nuove idee Stefano ed Andrea Zannoni, Luigi e Achille Zoli, i tre fratelli Fabbri, figli del Zoppo peccatore , Giovanni Casadio, Pietro Sangiorgi. Vedendo di non poter rovinare altri giovani, cominciarono a perseguitare i buoni, sempre però con l'amplissima protezione del conte Francesco Laderchi di Faenza. Stefano Zannoni militò poi in Lombardia, e fu uno dei più cari a Gari­baldi, e non. lo abbandonò fino agli ultimi momenti: si trovò sempre in Roma durante l'assedio delle truppe francesi, e si credeva che avesse avuto parte negli omicidi di preti e frati, secondo qualche indi­screzione dell'amico don Antonio Pezzi.
Sebastiano Placci, nativo di Faenza, e dimorante a Granarolo, si era dato a tutto potere a far propaganda fra la gioventù. Già nel 1821 era stato carcerato, poscia trasferito alle carceri di Ferrara nel 1825: nel 1831 fu capo della rivoluzione a Granarolo; nel 1843 volò nelle montagne del bolognese; nel 1844 fece nascere una sommossa in Granarolo, che però non si diffuse. Nelle passate vicende della repub­blica era stato uno dei più ardenti predicatori per la costituente, e fa quello (the aveva fatto innalzare l'albero della libertà in Ravenna. Questi erano i meriti di quest'infernale soggetto, che non sapeva macchinare che nuove sette, nuove sommosse, nuove trame. Infatti in quei giorni (13 ottobre 1849) insieme ad Antonio Gaudenzi, ex tenente della guardia nazionale, Carlo Zaccaria, ed Achille, il caffet­tiere, andavano su e giù per Ravenna, e a Russi (presso un certo Farina, figlio del farmacista), e la sera tenevano segrete riunioni insieme al Cappellano, nella casa del Gaudenzi, o nella canonica dell'arciprete,