Rassegna storica del Risorgimento

1849
anno <1937>   pagina <125>
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Dopo la caduta delta Repubblica romana 125
dove macchinavano cose della più alta importanza, e dove si distri­buiva un libercolo intitolato: Roma verso la metà del secolo XIX, di .Gabriele Rossetti, che abitava in Londra, palese nemico del cattolicismo.
Di don Antonio Pezzi devo aggiungere che nella Pieve di Cesato non sarebbe mai sorto l'albero della libertà, se non fosse stato per opera di lui e di don Tito Babini, anzi fu proprio il Pezzi, che venuto un giorno da Faenza, tagliò un albero di proprietà del conte Zucchini, lo fece lavorare da Giovanni Gasadio di Faenza, e lo fece piantare sul sagrato della Pieve di Cesato, mettendovi sopra un berretto confezio­nato da sna sorella Maddalena. Don Giovanni Spada, arciprete di Gra-narolo, restaurato il Governo pontificio, e saputo che un certo Angelo Altini, voleva querelare alcuni repubblicani che lo avevano ferito, quando la repubblica era in atto, per il suo attaccamento al legittimo Sovrano, lo aveva mandato a chiamare, e lo aveva avvertito che se avesse mosso querela, sarebbe stato ucciso. Gli autori del ferimento erano stati gli allievi di Sebastiano Placci, ed eccone i nomi: Cesare Ceroni, Michele Baccarini, Giovanni Monti, Achille CotignoliT Antonio Cotignoli, Giuseppe Zaccaria, Angelo Venturi, Napoleone Ciani, Gio­vanni Onastini. In occasione della fiera di S. Arcangelo (nella prima metà di ottobre), si erano recati in detta località tre repubblicani rossi, i quali andavano assicurando i loro aderenti che fra poco vi sarebbe stato un vasto movimento, in seguito al quale dovevano uccidersi veliti, preti, ecc.; che le lettere degli emigrati in S. Marino dirette ai loro amici contenevano tutte l'espressione: State allegri : che Renzi era tornato colà da Bologna; che la corrispondenza tra Ravenna e S. Marino era continua; che si attendeva da Roma un emissario, e che al suo arrivo il movimento sarebbe scoppiato. Intanto Sebastiano Placci si teneva in piena corrispondenza coll'ex triumviro Mazzini a Ginevra, e si era fatto capo della nuova setta detta <tla speranza della Gioventù)): con­servava, come ho detto, insieme all'arciprete di Granarolo, don Gio­vanni Spada, un deposito di armi insidiose, in luogo immune, e prepa­rava la nuova rivoluzione.
Di tutto ciò veniva chiesto conto, naturalmente, al Direttore di polizia Lovatelli, ed ecco l'ineffabile Direttore all'opera, e ad affati­carsi a riferire, in diversi rapporti al Ministro dell'interno, che in seguito ad attendibilissime informazioni prese, quanto ho detto di sopra non meritava alcuna considerazione, né poteva dar luogo a provvedimenti gravi ed esemplari. In quanto all'arciprete di Granarolo, poveretto, non era possibile che egli fosse di tendenze repubblicane, dati i