Rassegna storica del Risorgimento

RAMORINO GEROLAMO
anno <1937>   pagina <189>
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U processo del generale Ramorìno 189
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La mattina del martedì 22 maggio, a due mesi dalla disfatta di Novara ed a 18 ore dalla pronuncia della sentenza di Cassazione, alle 6 d'un giorno nubiloso, una carrozza usciva dalla Cittadella. Il generale stava sorbendo il caffè quando fu chiamato. Prima aveva assolto i suoi doveri religiosi, con­fortato da due sacerdoti, uno dei quali era Torà beato don Cafasso (detto 9l preive d9la furca) e dato l'ultimo saluto al suo causidico Serra, al suo segretario maggiore Mazzucchelli ed all'ìng. Bonelli, lagnandosi di ehi ingannando il popolo l'aveva votato alla sua esecrazione, s'avviò al supplizio.
Prima s'eran fatte pratiche per la grazia Sovrana, sia verso la Regina a nome della vecchia madre ottantatreenne, sia da una deputazione di cittadini verso Vintrovabile Duca di Genova, ma mutilmente,'
Il grido scoppiato dalla folla il di del giudizio: Si fucilano solo le brache di tela ? era la genuina espressione dello sdegno del popolo, eccitato dalla stampa e dai circoli demagogici, che assicuravano che la grazia non mancherebbe come premio del segreto serbato dal generale riguardo ai suoi complici nel tradimento della causa nazionale; insinuando che fra questi ci fosse persino il nuovo Re stesso, che, col generale Della Rocca, non si sarebbe artatamente battuto a Novara. L'abate Anelli difatti nella sua Storia riferisce come Carlo Alberto si rifiutasse nell'ora dell'addio di baciarlo, dicendo: A te basta il trono.
Così il giovine Re, del cui valore personale parlavano tutti i fasti della Guerra Santa, che si trovava infermo gravemente e fra i guai d'una tremenda situazione politica, non potè, come avrebbe forse voluto, elargire il suo perdono. Infatti, ed in proposito, il Risorgimento di Cavour stampava:
Certo la disobbedienza del Generale era provata per sua stessa confessione: ma è da presumere che in faccia a tanto pubblico disastro,
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