Rassegna storica del Risorgimento

FRANCIA ; SARDEGNA
anno <1937>   pagina <237>
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j Fuorusciti sardi ed agenti francesi, ecc. 237
rìdente che accoglieva il Sovrano dopo aver mandato a picco le navi del Truguet, e 1 a Sardegna ascoltava commossa, tutta un palpito di dedizione.
Le acclamazioni della folla, le feste popolari, i discorsi dei rappre­sentanti dei Corpi cittadini, i provvedimenti stamentari dimostra­rono subito con quanto ardore l'isola quasi dimenticata accogliesse nel suo seno la nobilissima Famiglia proscritta, decisa a conservare ad ogni costo la corona e quella gloria cbe doveva, in seguito, risplen­dere in opere più grandiose ed affermarsi in avvenimenti più. luminosi.
La storia della Sardegna parve allora entrare in una nuova fase: i cuori si aprirono alla speranza. La presenza del Re oltre cbe saldare maggiormente il popolo sardo alla Dinastia di Savoia e la Dinastia di Savoia al popolo sardo, appariva come garanzia d'indipendenza politica e di restaurazione economica. La Sardegna traversava un terri­bile periodo di crisi agraria cbe aveva aumentato la miseria delle campagne ed il disagio cittadino. I trattati conclusi con la Francia impedivano l'approdo ai porti sardi delle navi inglesi le quali erano ottime clienti cbe esportavano granaglie, vini e bestiame. H com­mercio, nello stato continuo di guerra, era ridotto a poveri scambi interni in natura; la moneta era rara e la cassa dello Stato vuota. Se i diritti feudali, già oltremodo gravosi, diventavano insopportabili per 1*insolvibilità dei vassalli, le stesse decime ecclesiastiche, sebbene si esigessero con umanità, non venivano pagate ed aggravavano il malumore. Eppure la presenza della Corte imponeva ora sacrifici ben più forti, le condizioni della pubblica finanza non potevan sopperirvi. Il Re nella sua magnanimità che l'induceva ad osservare i patti fino allo scrupolo, aveva lasciato a Torino le sue argenterie, le gioie della Corona e ben 70.000 lire in doppie d'oro *) che servirono ai bisogni dell'esercito francese attraverso la buona volontà del Governo Provvi­sorio, e veniva in Sardegna privo di tutto, bisognoso perfino delle più umili suppellettili. Ma la Sardegna divise con lui il suo magro pane, le sue poche risorse. Le entrate generali dello Stato, in quel disordine politico ed economico che si protraeva senza riposo dal 1793, non superavano il milione di lire sarde all'anno: le amministrazioni decen­trate e quasi incontrollate avevano altri cespiti d'entrata ma prende­vano vie oscure per sparire. L'alienazione dei beni ex-gesuiti non aveva riempito i vuoti dell'erario; si eran fatti nuovi prestiti, ma eran stati un debole palliativo di fronte al deficit costante contro il quale non si trovava riparo. x) Cfr. BOTTA, Storia d'Italia dal 1789 al 1814.
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