Rassegna storica del Risorgimento
anno
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1937
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pagina
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325
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LIBRI E PERIODICI
ADOLFO COLOMBO, Lettere dì I. PetitU di Roveto a Vincenzo Gioberti (1841-1850). Carteggi di Vincenzo Gioberti, volume secondo (la Biblioteca Scientifica del Regio Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, Serie II, Fonti, voL XII), Roma, Vittoriano, 1936-XIV,
Come Arturo Codignola, con la sua solita perizia e diligenza, ha fatto per il carteggio del Petitti con Michele Erede, cosi Adolfo Colombo, oggi dà alla luce le lettere che il conte Ilarione scrisse a Vincenzo Gioberti dal 6 novembre 1841 al 30 marzo 1850. Sono un manipolo di documenti, tratto dal ricchissimo archivio Gioberti, acquisito dal Municipio di Torino ed affidato a quella Civica Biblioteca: Bono una fonte preziosa per la più sicura conoscenza del periodo storico nel anale si sperimenta, al vaglio della dura realtà, la inconsistenza della teoria federalista e si passa al principio unitario monarchico, sotto la dinastia Sabauda, la sola che possegga, per gli uomini che la rappresentano e la dirigono, per gli errori commessi dagli altri principi della penisola, la possibilità di attuare il programma della indipendenza italiana. Non si fa immediata hi luce negli spiriti de* nostri avi. Disillusi alcuni, inconsapevoli i più della profonda sostanza ideale in essa contenuta, della dottrina della Giovine I talia. sono entrati nelle file del liberalismo moderato perchè appare il programma migliore per l'attuazione delle loro idee. E trovano nomini degni per sapienza, per esperienza: vi è il Gioberti che dal Belgio prima, da Parigi poi ha nelle sue mani ì fili direttivi di tutto il movimento, v'è Cesare Balbo che, più del filosofo, risponde alle esigenze universalmente sentite di ordine, di progresso temperato, di lenta evoluzione verso le interne libertà e la esterna emancipazione da ogni straniera dominazione. E intorno al Gioberti ed al Balbo sono figure di secondaria grandezza, non perchè manchi loro originalità di pensiero ed energia di opere, ma solo perchè non possono reggere al confronto dello storico e del filosofo che si devono annoverare fra le menti più poderose dell'Italia ottocentesca. Fra queste secondarie figure è Ilarione Petitti.
Il Colombo, nel giustificato entusiasmo per il Petitti, ci dice che egli è maggiore della sua, fama e riporta a sostegno della sua tesi quanto ebbe ad asserirne il Metter-nich che qualificava il conte Ilarione uno dei grandi corifei del liberalismo italiano. Sono d'accordo con lui nell'asserirc che il Petitti debba essere conosciuto meglio e con maggiore profondità di quel che lo sia attualmente: ma mi sembra alquanto esagerato il dichiararlo corifeo del nostro riscatto. Il pensiero politico del Petitti è pensiero di Cesare e Prospero Balbo; originalità ne ha poca: ha formato se stesso sotto la amorevole e sapiente guida del padre ed ha continuato a marciare nelle direttive del figlio, Nella polemica, nell'azione, il conte Ilarione ha operato in conformità ed in correlazione con l'autore delle Speranze; e, fatta eccezione della diversa valutazione dell'ordine gesuitico nei riguardi della indipendenza italiana, è stato sempre al suo fianco, anche nei giorni posteriori all'armistizio Salasco, ne' quali si decide il distacco fra moderati e liberali, che condurrà al potere, in breve corso di anni, Camillo Cavour.
Ciò non impedisce di non riconoscere una effettiva importanza al Petitti.
Il Colombo ci dà preziose, per quanto brevi notizie di un'operetta del conto Ilarione scritta nella prima giovinezza: Le Riflessioni diverse sugli avvenimenti politici più singolari del giorno che hanno inizio il 10 marzo 1815. Dimostrano la stoffa di un politico, dal modo di vedere il problema italiano nella politica internazionale alla valutazione del Murat e del suo tentativo. Egli intuisce una grande verità ed 6 che l'Europa è ostile, allora, come sempre, alla nostra formazione di potenza, specie l'Inghilterra
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