Rassegna storica del Risorgimento
BOLOGNA ; ECONOMIA ; GIORNALISMO
anno
<
1937
>
pagina
<
458
>
458
Luigi Dal Pane
Col numero del 26 maggio 1849 si ritorna agli articoli di morale, di educazione, di cognizioni utili. L'Editrice Vedova Bortolotti avverte espressamente che il Povero non parlerà che di morale e di tutto ciò che può essere di esempio e di istruzione al Popolo . *)
* *
Dopo avere accennato brevemente all'indirizzo politico del giornale bolognese, veniamo senz'altro a discorrerne dal punto di vista sociale. Chi legge i primi numeri del Povero riceve subito l'impressione di trovarsi di fronte al portavoce di uomini animati dal desiderio del bene pubblico, propugnatori di miglioramenti materiali e spirituali per il popolo. Quest'ultimo s'identifica quasi, per essi, con gli artigiani e quindi il tono del giornale è, in materia, tutt'altro che socialistico. L'aspirazione dell'artigiano non è in generale volta alla socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio, ma piuttosto ad un semplice miglioramento delle condizioni di vita, ad assicurarsi il lavoro, a mantenere la propria indipendenza economica e via dicendo. Ora questo è proprio lo spirito che aleggia nel Povero. Nel quale i raccontali morali, le massime e gli esempi edificanti, le cognizioni utili si alternano con le dissertazioni sociali e le proposte di miglioramenti. Il Povero vuol dimostrare innanzi tutto che la miseria non deve essere considerata un demerito e la ricchezza un merito; che anzi la prima ha i suoi lati di superiorità sulla seconda; che, in ogni modo, mentre i poveri non devono ribellarsi contro i ricchi, questi ultimi hanno il dovere morale di trattare tutti i loro simili come fratelli e di provvedere ai più bisognosi. Perciò, iniziando le pubblicazioni, il giornale bolognese riportava un passo della Povertà Contenta del padre Daniello Bartoli, in cui si fa l'elogio dell'età dell'oro, aurea perchè era senz'oro e senza avidità di possedere altro e commentava:
I ricchi nel mirare che fanno la povertà, ne formau. giudizio dall'apparenza ch'ella ha di fuori, la quale nel vero è orrida assai più che non quella dei famosi Sileni d'Alcibiade; né vi penetrali dentro a riconoscervi i tesori, non di perle, né di preziose pietre chiamate da S. Basilio Fiori delle ricchezze, ma di una più che terrena felicità di che ella ha in seno grandi e doviziose miniere. V*ha una povertà dolorosissima, ed è quella della mente e del cuore, la quale in qualunque stato dell'uomo può manifestarsi: infelice colui che non si commuove alle miserie dei suoi sonili, che non piange alle loro sventure, che non adopera con efficace soccorso ad aiutare quelli che domandano aiuto. Ma io credo avere anche di troppo manifestato qua! sia il mio intendimento.
A. IV, n. 17, 2 luglio 1849.