Rassegna storica del Risorgimento

BOLOGNA ; ECONOMIA ; GIORNALISMO
anno <1937>   pagina <461>
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Questioni e idee sociali in un giornale bolognese del 1846-50 461
Sembra elle a poco a poco si faccia strada una maggior conside­razione per i bisogni materiali dell'esistenza e spunta il concetto del diritto al lavoro,
E che dovremo rispondere al grido, Educate il popolo? ai domanda C Leo-nesi nel nomerò del 28 agosto 1847 . Dovremo rispondere coH'edncarc tacitamente senza alzare un altro grido che dica, che cosa debba precedere l'educazione? L'utruire il popolo è certo un'azione santa, un'azione eminentemente progressiva; imperocché tutti sappiamo essere l'educazione la madre legittima della civiltà, e questa la sposa indivisibile del benessere delle nazioni. Il popolo ha dei bisogni, cui importa provve­dere; questi bisogni sono: lavoro e pane. Il popolo vuole lavoro e pane. Come la società è obbligata a dar lavoro al robusto, così è tenuta a dar pane all'impotente.
Il presupposto da cui parte il Povero in molti articoli è che tutti gli uomini siano uguali in natura e che gli elementi naturali sou beni che appartengono a tutti. '1
Da tale premessa gli scrittori del Povero non traggono sempre le conseguenze estreme; ma craniche volta vediamo affacciarsi un pensiero che affronta la questione della proprietà privata e ne pone in discussione i principi. Già nel citato articolo, firmato A. M., alla affermazione della eguaglianza degli uomini e del diritto di tutti sopra gli elementi natu­rali fa seguito la constatazione che fino ad ora gli operai sono stati privati dei beni comuni a tutti gli uomini.
In un numero successivo del giornale lo stesso A. M. offre ai let­tori la traduzione di un passo di S. Basilio, dove, a proposito del diritto di proprietà, è detto fra l'altro:
Ed io vi domando : quali sono* le cose che dite essere vostre? da chi le avete voi ricevute, e donde le avete voi apportate per passare la vita presente? Voi fate come un uomo, il quale, essendo nell'anfiteatro, ed affrettatosi di pigliare i posti, che gli altri potevano prendere, vorrebbe impedire ai vegnenti dopo lui d'entrar appropriando a sé solo ciò, che è là per uso di tutti. È di tal guisa che si comportano i ricchi, i quali essendosi messi i primi in possessione delle cose che sono comuni, essi se le rendono proprie, possedendole. Perchè se ciascuno non prendesse che ciò, che gli è. necessario per la sua sussistenza, e che.donasse il restante agli indigenti, non vi sareb­bero né ricchi, né poveri... non siete voi dunque avari e ladri, voi che appropriate a voi soli ciò, che avete ricevuto per accomunarlo e distribuirlo a* molti? Se si chiama ladro colui, che ruba un vestimento, devesi chiamare con altro nome quegli, che potendo, senza nuocere a sé stesso, vestire un suo fratello, che è tutto nudo, lo lascia tutto nudo?2) '
1) A. I, n. 47, pag. 185: Gli operai poveri (A. M., quasi certamente il dottor Artidoro Macco lini).
z) A. II, n. 18, pp. 71-72: Pensieri: Sulla fame (S. Basilio), firmata dottor A. M. (Cfr. nota precedente).